Il capolavoro barocco della chiesa delle Vigne è a rischio per un progetto di smembramento. Contrari gli storici dell'arte E' un altare firmato da Pierre Puget, scultore barocco molto generoso con Genova dove lavorò per le grandi famiglie nobili nella seconda metà del Seicento, 1'altare della chiesa di Santa Maria delle Vigne considerato per secoli un'opera di Jacopo Ponsonelli allievo dello scultore genovese Filippo Parodi. Lo ha scoperto un docente universitario francese Klaus Herding, esperto di Puget che, utilizzando gli archivi di Marsiglia, ha ritrovato il contratto notarile fra il committente genovese, il nobile Marcantonio Grillo, e lo scultore francese. Documento fin qui sconosciuto, risalente al 1692, dove l'altare delle Vigne viene descritto minuziosamente. Ora l'entusiasmo per questa bella scoperta (che lascerà il segno nella storia dell'arte genovese), recentemente pubblicata su riviste scientifiche francesi e approfondita dall'altro eminente studioso di Puget, il genovese Lauro Magnani, rischia di essere vanificato da una richiesta avanzata, non è precisato da chi, di poter smembrare 1' altare in due parti: così da utilizzarlo anche come altare frontale, rivolto verso i fedeli. Quel che in termini più precisi si definisce altare conciliare. Che peraltro alle Vigne c'è, ed è utilizzato. La richiesta di uno smembramento andrà al vaglio della commissione per i beni culturali ecclesiastici dell'Arcidiocesi nei prossimi giorni e il mondo degli studiosi dell'arte genovese, al corrente di questo ritrovamento, è in subbuglio. Dice Fausta Franchini Guelfi, docente universitaria di Storia dell'arte a Genova: «Pierre Puget con l'esecuzione di questo altare e di quello di San Siro rivoluziona gli altari genovesi che da arredi dalle rigide forme architettoniche diventano scenografiche sculture. In questo altare delle Vigne il paliotto è strettamente e inscindibilmente connesso alla parte posteriore e a quella superiore dalle due splendide figure laterali dell'angelo e del bue, cui si aggiungono quelle del leone e dell'aquila, dunque i simboli dei quattro evangelisti. Chiudendosi in alto con una gloria angelica che regge un baldacchino per l'esposizione dell'Altissimo». Come è pensabile scomporre una simile complessa bellezza? Come è ipotizzabile mettere mano a quello che oramai è un accertato capolavoro di Puget che presenta «un'assoluta coerenza e compattezza formale e progettuale?» Ricostruendo il tracciato di questa impresa artistica, ecco che il progetto della chiesa delle Vigne si concretizza nelle mani del Puget che ne esegue la pi parte, quella pi raffinata come le figure laterali, la grande gloria, lasciando che il Ponsonelli la concluda, in assoluta fedeltà al disegno stesso del Puget. Lo attesta un libro dei conti dei nobili Grillo in cui è annotata fra le altre spese per l'altare, anche quella del saldo finale al Ponsonelli. Puget torna in Francia chiamato dal re Sole: aveva altro da fare, insomma. Ma a Genova lascia comunque una eredità speciale. I primi e forse i più celebri capolavori sono nella chiesa dell'Assunta di Carignano dove giganteggiano il Beato Alessandro Sauli e il San Sebastiano, poi la dolcissima Immacolata dell'Oratorio di San Filippo in via Lomellini e l'altrettanto suggestiva Madonna all'Albergo dei Poveri ma sottoposta ad una pericolosa incuria. Quindi la Madonna Carrega che è nel museo di Sant'Agostino, oltre ai due altari di San Siro e Santa Maria delle Vigne. A Genova fu una presenza particolare: portava in questa città non propriamente all'avanguardia nel campo della scultura, una ventata di barocco, affinato dalla frequentazione del Bernini e di Pietro da Cortona. Aveva infatti lavorato a Roma prima del 1650, prima di sbarcare quasi casualmente a Genova. In cerca di buon marmo di Carrara, e i marmorai genovesi ne avevano in mano il mercato, per sculture destinate ad adornare il palazzo di un ministro francese. Quest'ultimo cade in disgrazia, Pierre Puget restò senza lavoro, ma i nobili genovesi lo avevano notato e non se lo lasciarono scappare.