Tomaso Montanari è Membro del Consiglio della Consulta Universitaria di Storia dell'Arte Da sempre Firenze pullula di storici dell'arte. La sua eredità culturale e figurativa ha convinto generazioni di studiosi italiani e stranieri ad eleggerla quale seconda patria per brevi o lunghi periodi della loro vita. Alcune delle più prestigiose istituzioni internazionali di ricerca si sono stabilite nella nostra città. Lunedì e martedì, tuttavia, Firenze celebra in modo tutto speciale il proprio matrimonio con la storia dell'arte come disciplina scientifica. L'ateneo e la facoltà di Lettere ospitano infatti il primo convegno nazionale dei docenti universitari della materia. Se una pletora di congressi, seminari e tavole rotonde li raccoglie quotidianamente intorno a specifici problemi di ricerca o di politica culturale, la loro vicenda secolare (la prima cattedra fu affidata ad Adolfo Venturi nel 1901) non li aveva mai visti riunirsi per valutare «Lo stato dell'Arte. La storia dell'arte nell'università italiana» (questo il titolo del convegno). Ciò non deve stupire: a una lunga fase di violente contrapposizioni fra scuole (gli allievi di Roberto Longhi contro quelli di Lionello Venturi, e così via), è seguita, negli ultimi quarant'anni, un'ancor più pericolosa fase di atomizzazione e disimpegno, quasi di autismo intellettuale. Non è un caso che gli storici dell'arte siano stati tra gli ultimi o dotarsi di una associazione d categoria: la Consulta Universitaria di Storia dell'Arte, fondata a Pisa nel 2005. Come è noto, uno dei maggiori pericoli di questo genere di organismi è quello di trasformarsi in enti corporativi (a metà tra l'ordine professionale e il sindacato), intenti soprattutto a difendere gli interessi dei loro membri. È proprio per esorcizzare questo rischio che la neonata Consulta ha voluto organizzare questo occasione di «autocoscienza», consapevole che la credibilità di un gruppo intellettuale si misura innanzitutto sulla capacità di autoanalisi, di autocritica e di autogoverno. La domanda più urgente alla quale il convegno è chiamato a rispondere è anche la più radicale: a cosa serve la storia dell'arte come disciplina accademica? Da vent'anni a questa parte, una risposta molto concreta è stata data attraverso la fondazione di cinque facoltà e di oltre 75 corsi di laurea in beni culturali. La sostanza è che nei curricula dei nostri studenti materie come fisica, chimica, diritto, informatica, gestione ed economia aziendale hanno preso il posto di filosofie, storie, filologie, archeologie e così via. E' stato un modo di tradurre in formazione universitaria l'idea brutale e pericolosa per la quale «la cultura è il petrolio d'Italia». Molti professori d Lettere, e specie gli storici dell'arte, si sono convinti che per sopravvivere, ed essere concorrenziali, dovevano dimostrare che i loro «valori» non erano solo morali, culturali o identitari, ma, piuttosto, economici, e anzi velocemente monetizzabili. Di qui l'idea di trasformare in un percorso didattico il concetto di «bene culturale» (in sé già pericolosamente sbilanciato verso una visione economicista): i varchi offerti dalla riforma Berlinguer hanno fatto il resto. Ma questo spregiudicato esperimento è fallito, e oggi appare chiaro che i celebrati sbocchi professionali che dovrebbero fare la differenza rispetto alle vecchie lauree in Lettere sono semplicemente inesistenti. Il vero disastro dei «beni culturali» è, però, quello culturale. Confondendo i mezzi con i fini, si è immaginata una figura che possiede molti inerti frammenti di saperi altrui, ma che è priva di identità propria. La cosa è gravissima per gli studenti. Ma rischia di essere esiziale per la disciplina stessa: una generazione di storici dell'arte che non conosce la storia o il latino semplicemente non sarà in grado di fare storia dell'arte. Né sarà in grado di resistere, dai decimati ranghi delle soprintendenze, alla prepotenza della classe politica locale e nazionale, cui dovrebbe invece tener testa innanzitutto culturalmente. Con quale autorevolezza gli «operatori dei beni culturali» sapranno opporsi a fenomeni che amplificheranno la deriva grottesca del fenomeno delle mostre, o replicheranno episodi quali la spedizione del David di Donatello alla Fiera di Milano? E' giusto battersi con forza perché ad ogni grado di formazione universitaria corrispondano degli accessi professionali chiaramente definiti nel sistema pubblico della tutela. La figura professionale non può, però, essere quella evanescente e fittizia dell'operatore dei beni culturali. La storia dell'arte serve a non condannare al silenzio le opere d'arte; a tramandare la capacità di comprenderne il linguaggio formale e storico; a non espellerle dalla nostra identità collettiva e individuale. In poche parole, a rimanere «umani» e «civili». Se torneremo in fretta ad insegnare tutto questo, torneremo a formare davvero storici dell'arte. Essi sapranno tutelare, trasmettere e aprire alla conoscenza collettiva il nostro patrimonio artistico come nessun «operatore dei beni culturali» potrà mai sperare di saper fare.
Storici dell'arte in analisi
Il convegno nazionale dei docenti universitari di storia dell'arte si è tenuto a Firenze. L'evento è stato organizzato dalla Consulta Universitaria di Storia dell'Arte per esorcizzare il rischio di trasformarsi in ente corporativo. La storia dell'arte come disciplina accademica è stata oggetto di discussione, con la domanda di cosa serve a questa disciplina. Si è discusso sulla perdita di identità culturale e sulla monetizzazione dei valori culturali. Si è anche parlato della crisi dei beni culturali e della necessità di formare storici dell'arte che possano tutelare e trasmettere il patrimonio artistico.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo