Modernità. Parola magica che spesso usiamo talvolta a proposito, talaltra a sproposito, per indicare una condizione generale di progresso, di benessere, tipica delle società avanzate e verso la quale la nostra Sicilia sembra ancora arrancare in un faticoso e lungo, lunghissimo cammino di avvicinamento. Ma come, si obietterà, qui si parla di postmoderno e noi cerchiamo ancora la via della modernità? È vero, anche noi abbiamo percorso un tortuoso e contraddittorio cammino che ci ha regalato qua e là qualche tratto di postmodernità: peraltro tutta esterna, localizzata, non certo digerita né tanto meno somatizzata: i Cantieri culturali della Zisa, la Chimica Arenella, vecchi insediamenti industriali che si trasformano (ma si trasformano? quando? come?) in qualcosa daltro, destinato appunto a spazi della cultura, dellarte. Insomma, anche noi abbiamo la nostra Bicocca, il nostro Lingotto. Ma anche qui è evidente che si tratta di pallide imitazioni, come del resto imitativa e apparente è tutta la modernizzazione siciliana e meridionale. Certo, beni di consumo, auto, Suv, telefonini e ogni nuovo ritrovato, il più avanzato e costoso possibile, dellindustria elettronica. Ma ci siamo mai chiesti da dove vengono questi beni? a quali risorse i siciliani traggono i mezzi per questi consumi, per fronteggiare lofferta che dal resto del mondo, magari con qualche ritardo, giunge fino a noi? Il livello del reddito medio per abitante è il più basso fra le regioni italiane, gli occupati sono in minor numero, i disoccupati sono al livello percentuale più alto dellintero Paese. E allora? In economia, privata o pubblica, alla fine si deve tirare una riga e il conto deve tornare. Qui il conto non torna e qui sta il busillis. La verità, e gli esperti lo sanno, è che il prodotto siciliano è assai superiore a quello dei conti ufficiali. Ma intendiamoci: non sono solo i profitti della mafia, cè tutta leconomia illegale, il sommerso, le evasioni fiscali e contributive. Di recente il governatore Draghi ha stimato il peso delleconomia irregolare nel 15 per cento dellattività economica del Paese. È chiaro che in Sicilia quel peso è assai maggiore. Ma poi, al di là del valore che ovviamente ha la sua importanza, mancano i "valori": i concetti di impresa, rischio, profitto, produttività, innovazione, competitività non sono certo sconosciuti, ma altrettanto certamente sono patrimonio di una ristretta, ristrettissima minoranza di imprenditori, di una minuscola fetta di classe dirigente. La stragrande maggioranza della gente non li conosce né tanto meno li possiede nel suo Dna. Ecco dunque che manca la modernità, che lo sviluppo ancora ritardato e distorto della nostra terra non ha dato luogo a quel vasto fenomeno sociale, economico, culturale che va sotto il nome di piena e raggiunta modernizzazione. Non apparente, fatta cioè non solo di consumi ma anche e soprattutto di valori che passino attraverso processi osmotici dalla società alleconomia e viceversa. Recenti ricerche hanno accertato fra laltro che in Sicilia manca la fiducia, un sentimento fondamentale per costruire. Solo il 22 per cento dei siciliani crede negli altri. Scrisse a suo tempo Giustino Fortunato: noi meridionali non crediamo in Dio, e chi non crede in Dio non crede nel domani. Solo una minoranza si attende dalla politica beni collettivi, la maggioranza si attende benefici selettivi, quando non addirittura personali, detto in parole povere "favori". Del resto, di ciò che tento di descrivere è possibile avere prove visive nella vita di ogni giorno. Che volti incattiviti vedo spesso intorno a me, volti anche e soprattutto femminili, stanchi, precocemente invecchiati. E che epiteti dai finestrini delle auto, che scontentezza, che frustrazioni. Non rievocherò certo la gentile Palermo della mia infanzia e della mia gioventù. Non è nostalgia quella di cui parlo, è il suo contrario, è mancanza di futuro. E quelle frustrazioni hanno due sfiatatoi: il traffico e le riunioni di condominio, un altro frutto avvelenato della modernità di massa che siamo costretti a vivere. Che lungo cammino abbiamo ancora da percorrere e che eredità lasciamo ai nostri figli rimasti in Sicilia. Per finire rubo una battuta ai "Frammenti di memoria" di Giulio Einaudi (nottetempo editore). Italo Calvino diceva, parlando di Thomas Mann: «Lui capì tutto o quasi del nostro mondo, ma sporgendosi da unestrema ringhiera dellOttocento. Noi guardiamo il mondo precipitando dalla tromba delle scale». s.buterahotmail.it
SICILIA - La Sicilia premoderna non crede nel futuro
L'articolo discute la modernità e la sua mancanza in Sicilia. La modernità è spesso associata a progresso e benessere, ma in Sicilia sembra ancora lontana. L'autore sostiene che la modernizzazione siciliana è contraddittoria e che la regione ha percorso un cammino tortuoso verso la postmodernità. La modernizzazione è stata caratterizzata da beni di consumo e tecnologie avanzate, ma non è stata accompagnata da un sviluppo economico e sociale significativo. La Sicilia ha un reddito medio basso, un tasso di disoccupazione alto e una economia illegale che pesa sulle attività economiche.
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