Lo proverebbe una stele appena ritrovata nellisola di Lemnos, scritta nella lingua degli antichi Tirreni È del VI secolo a.C. e raffigura un uomo che ringrazia la divinità, forse perché scampato alla tempesta Furono grandi navigatori che raggiunsero le terre dOriente dove sorgeva Troia Secondo lInno omerico a Dioniso rapirono la divinità ma furono tramutati in delfini Sono trascorsi 120 anni dalla prima, epocale scoperta. E ora finalmente Lemnos, isola greca a due passi dalla costa anatolica di Troia, ha restituito una seconda "iscrizione tirrenica". Una seconda stele in pietra del VI secolo a. C. che porta incisa una scritta in una lingua strettamente imparentata con letrusco, e definita da molti linguisti "etrusco arcaico". Una seconda prova dello stretto legame dellisola con il popolo dei "Tirreni", cioè gli Etruschi. I Greci li chiamavano così. "Barbari", a detta dello storico Tucidide che racconta come nellisola si parlava solo la loro lingua, e si cominciò a parlare greco solo dopo la sua conquista nel 510 a. C. da parte dellateniese Milziade. "Pirati" secondo lInno omerico a Dioniso, che osarono persino rapire il dio illudendosi di venderlo come schiavo, ma vennero tramutati in delfini. Forse erano proprio pirati i Tirreni di Lemnos, come ipotizza il linguista Carlo De Simone che ha studiato la nuova iscrizione e la presenterà lunedì allUniversità La Sapienza di Roma assieme allarcheologa Aglaia Archontidou, che parlerà del luogo in cui la stele è stata trovata, e ad Emanuele Greco, direttore della Scuola archeologica italiana di Atene, che illustrerà gli scavi italiani nellisola. I pirati Etruschi erano così noti e temuti nel mondo antico da essere entrati persino nel mito. Ma due iscrizioni (e qualche altra parola scritta su cocci qua e là) sono un po poco per trarre conclusioni certe. «E prove archeologiche non ce ne sono - afferma Emanuele Greco - Solo queste scritte che dimostrano lesistenza di contatti culturali, di scambi forse solo episodici. Per il resto, larcheologia dimostra chiaramente che lisola era strettamente legata alla vicina costa anatolica e a Troia, e importante crocevia di rotte marine». Il mondo antico era molto più "globale" di quanto abitualmente immaginiamo. Gli antichi viaggiavano di continuo in tutte le direzioni. Perché dunque pensare solo a migrazioni e passaggi da est a ovest? Ex oriente lux, si dice. E la prima iscrizione tirrenica ha fornito per decenni la "prova del nove" della tanto decantata origine orientale degli Etruschi. La prova che lo storico Erodoto diceva il vero, quando narrava la migrazione verso lItalia centrale delleroe anatolico Tirreno, che avrebbe dato il nome agli Etruschi. Una migrazione avvenuta in un passato lontano e mitico, che però alcuni storici e linguisti (come il tedesco Helmut Rix) collocano in un momento non precisato del secondo millennio a. C. «Ma la stele è un oggetto del VI secolo a. C. - rileva De Simone - quando gli Etruschi sono già da tempo ben presenti in terra italica. Poi, mancano completamente prove di una presenza etrusca a Lemnos nelle epoche precedenti, quando sarebbe dovuta avvenire lipotetica migrazione. E neppure lIliade menziona mai i Tirreni». Per De Simone lorigine orientale degli Etruschi è pura invenzione. Meglio dipingerli come grandi navigatori che, in epoca storica ben nota, raggiunsero persino le lontane terre dOriente. Commercianti senza scrupoli. Pirati. La stele appena scoperta porta la dedica di un signore a una divinità a noi ignota. Il verbo usato per "dedicare" è "héloke", termine tipico della lingua tirrenica di Lemnos, chiamata "arcaica" perché si è conservata inalterata come capita spesso nelle aree periferiche. La stele è stata trovata tra le mura del teatro ellenistico dellantica città di Efestia, ma sappiamo che prima del teatro nello stesso luogo cera un santuario. È molto pesante e difficilmente trasportabile, e dunque è sempre rimasta sul posto ed era probabilmente un ex voto donato al santuario. Magari di un pirata "tirreno" scampato per miracolo a una rovinosa tempesta.