Un convegno ricorda larcheologo scomparso che lottò per lantica città Invitò ospiti illustri per farli aderire alla battaglia per la tutela del sito Einaudi si offrì come "scavatore fuori ruolo", Kereny fu rapito dal "tempo senza tempo" La sera del 31 dicembre 1983, a Selinunte, Ignazio Buttitta scrive nel libro degli ospiti che Vincenzo Tusa tiene dal 19 luglio 1965, da quando è sovrintendente ai beni archeologici della Sicilia occidentale: «A Vincenzu ca quanno moriu cercanu nmezu i petri di Selinunti e u vidinu vivu;u stissu a mia quannulegginu i me puisii e ci accumparu nne pagini». Lindomani, primo gennaio, Tusa - scaramantico - postilla: «Vorrei che, se qualcosa si vorrà scrivere sulla mia tomba, si scrivesse quella parte della dedica che mi riguarda». Il grande archeologo siciliano, classe 1920, scomparso il 5 marzo, è al centro di un convegno, a Selinunte, che ne illustra la lunga e innovativa attività di studioso. "Selinunte e Mediterraneo nelle nostre vite": il titolo del convegno, che si chiude oggi, riprende quello di un volume di Tusa del 1990: "Selinunte nella mia vita" (editore La Zisa) in cui narra la sua esperienza con e per Selinunte, pubblicando in appendice le dediche raccolte nel suo nutrito libri degli ospiti. Con incisività, Ignazio Buttitta, nei versi che abbiamo citato, coglie il rapporto vitale che lega Tusa a Selinunte. Qualcosa - come scrive larcheologo - che va al di là della razionalità, che scava nella memoria e nellinconscio: una sorta di pre-esistenza. Ma questo rapporto di vita e memoria inconscia nutre lidea che la storia «di petri chi parranu ca facci allaria e abbuccuni» - come recita unaltra dedica del 1975 di Ignazio Buttitta - da inerte debba sprigionare il senso riposto di vita come esempio, modello, monito, riflessione per i vivi, per luomo contemporaneo. Larcheologia soleva ripetere Tusa - con il suo modo di parlare pacato, ironico- non può limitarsi ad essere storia dei monumenti, ma traccia della storia umana nella sua complessità sociale e materiale. Sostiene a ragione Nino Buttitta che Tusa sposta larcheologia sullantropologia, sposta la sua attenzione dai monumenti alla vita materiale quotidiana della società-comunità. Ebbene, questo slittamento non solo lo pose allavanguardia negli studi, ma è tuttuno con la convinzione che i siti archeologici in quanto laboratori della storia, debbano essere salvaguardati nella loro integrità spazio-sociale. La frase che intonava in modo ironico, «quanto pesa la storia», guardando le "sue" rovine, in effetti alludeva alla necessità di alleggerire la storia, per ridarle vita, per evitare che divenisse un peso che altri potessero senza scrupoli scaricare nelloblio. La salvaguardia del sito nel territorio era giustamente lunica via per preservare il significato, il senso storico delle comunità, e non solo dei monumenti, che si erano insediate nel tempo in quel territorio. Negli occhi lo scempio di Agrigento, la grande battaglia di Tusa per Selinunte, che gli procurò amarezze e colpi bassi, è una delle poche e grandi battaglie civili e culturali siciliane che un uomo competente e estremamente motivato seppe condurre e vincere. Fatto insolito in Sicilia, Tusa aveva uno spiccato senso della comunità e per questo attirò a Selinunte il maggior numero possibile di testimoni privilegiati, convinto che il fascino di Selinunte li avrebbe vinti. E portati dalla sua parte. E così fu. Penso a Cesare Brandi che allora insegnava a Palermo e che per primo nel 1966 sul "Corriere della Sera" propose per salvare Selinunte dallassedio del cemento, «un grande parco archeologico i cui percorsi da compiere a piedi saranno i più umani e i più bucolici che si possano desiderare». Altro collega entusiasta di Selinunte fu Luigi Rognoni che Tusa ricorda con molto affetto. Il musicologo milanese fondatore del listituto di Storia della musica a Palermo, era anche un archeologo dilettante e il suo entusiasmo per Selinunte era davvero contagioso, tantè, come dice Tusa, che trascinò a Selinunte molte persone - anche i suoi giovani allievi - facendoli interessare al suo destino, in testa Giulio Einaudi che, nel libro degli ospiti, chiede al Sovrintendente, in data 4 giugno 1967, il consenso «a far lo scavatore fuori ruolo». Rognoni e la sua prima moglie furono i primi ospiti stanziali di Selinunte e ne fa fede una dedica dellagosto 1965 in cui si esprime fraterna e costante solidarietà. «Tra il Sessanta e il Settanta - ricorda Tusa - Selinunte rappresentò un punto di riferimento per la cultura palermitana e non solo palermitana, ma oso dire, europea». Lelenco è lungo: da Guttuso a Luigi Nono, da Ranuccio Bianchi Bandinelli a Bruno Zevi, a Burri ad Arrigo Benedetti a Rosario Romeo, a Roman Vlad, a Montanelli che addirittura scrive: «LItalia si difende a Selinunte». Ma tra gli ospiti un posto donore lo hanno Tono Zancanaro e Karl Kerény il grande studioso, delle religioni e dei miti antichi, amico di Thomas Mann e di Lukàcs. Scrive Tusa: «Proprio a Selinunte incontrai Tono Zancanaro. Nella mia mente Tono si identifica con Selinunte Quelle colonne che non mancano mai nelle sue composizioni, spesso relegate in qualche angolo, quelle splendide e bellissime figure che escono dal mare, ed è il mare di Selinunte, procurano una sensazione immediata e di viva umanità che non è "passata "e "antica" ma è "presente" e che non ha leguale». Karl Kerény, monumento della grande cultura europea, nella prima pagina del libro degli ospiti in data 22-25 luglio 1965 scrive: «Quel che cercai e ho trovato a Selinunte è latmosfera naturale e spirituale e "il tempo senza tempo" da meditare e discutere, rimeditare e ridiscutere il "Bios" e lo "Zon" nel quadro delle possibilità dellarcheologia che ha bisogno di loro per diventare una vera scienza duna cultura storica e nello stesso tempo della cultura stessa». È stupefacente la consonanza con quanto andava sostenendo Vincenzo Tusa. Ma di lui vorrei anche ricordare - se è consentita lintrusione personale - la generosa e affettuosa ospitalità. Giovani, capitanati da Rognoni, abbiamo goduto di quellatmosfera colta, civile, davvero irripetibile di Selinunte nei pranzi serali in Sovrintendenza con a capo tavola Tusa che aveva un bicchiere speciale, una coppa ottocentesca. Ricordo ad esempio una vivace discussione che coinvolse Rognoni e Kerény sul senso delle numerose teste di statuine votive spezzate ritrovate a Selinunte. Latmosfera di Selinunte era poi magica al mattino quando Rognoni spingeva i riottosi nelle acque fredde, mentre dallalto della terrazza Kerény con i capelli bianchi, laccappatoio bianco, - lui il bagno lo aveva già fatto - il nobile profilo, assorto fissava lorizzonte. Così come mi rimangono indimenticabili le visite nei singoli scavi. Tusa ci spiegava tutto con grandissima chiarezza facendoci vedere tutto quello che non potevamo vedere, poi improvvisamente guardando un grande albero di gelsi neri che aveva creato un tappeto color rosso cupo sovrappensiero sussurrava: «Il sangue di Priamo».
la Repubblica
13 Giugno 2009
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Piero Violante
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