U n luogo profano e sacro: gli antichissimi depositi dove, ai tempi dello splendore di Venezia, si scaricavano le merci per il pagamento del dazio e, grazie al talento dell'architetto Tadao Ando, un profumo di cripta e di cattedrale. Un museo. Cos'è un museo? Un luogo che, come sappiamo da Malraux, non è un luogo di morte ma di vita. Un luogo dove, più che immagazzinare opere finite, si ha cura di metterle in contatto le une con le altre e, in questo contatto, di farle vivere all'infinito. L'occhio ascolta. I muri parlano. O la tenda di Felix Gonzales-Torres che il visitatore della prima sala incontra e che, come il «Capolavoro sconosciuto» di Balzac, sanguina quasi letteralmente sotto i nostri occhi. Che cos'è un museo? Un luogo dove, come sappiamo da Vivant Denon, si crea tempo con lo spazio. Un luogo dove, quando si passa da una sala alla successiva, quando ci si avvia, nell'ordine o nel disordine, per i cammini immaginari voluti dal collezionista, non si va da un punto a un altro, ma da un'epoca a un'altra epoca più antica. Un luogo abitato dagli spiriti. Un carosello di spettri. Tre anni fa, François Pinault, durante l'inaugurazione di Palazzo Grassi, esponeva il proprio cranio radiografato da Piotr Uklanski. Qui, a Punta della Dogana, espone i fantasmi che vi si agitavano. Il Carpaccio delle «10.000 crocifissioni sul Monte Ararat», resuscitato dai fratelli Chapman con la loro rievocazione di Auschwitz e del nazismo. I bassorilievi della Mesopotamia decifrabili nell'ombra del «Light from the Left» di Charles Ray. O l'«Autoritratto» di Stingel che ricorda Veronese. Ingenuamente il visitatore si chiede: metterei in mostra queste opere nel mio salotto? Il problema non esiste, evidentemente. Poiché queste opere sono qui. Sono montate qui, le tele di Twombly che sembrano incastonate nel mattone delle pareti. Appartengono a questo luogo, anima e corpo, i tre quadri monumentali di Rudolf Stingel che, nella galleria centrale, circondano il non meno monumentale autoritratto. Un italiano del Quattrocento non pensava di far propri i mosaici di Paolo Uccello della Basilica San Marco a Firenze. Né, più tardi, i Masaccio della Chiesa di Santa Maria del Carmine. Perché le cose dovrebbero andare diversamente per questi moderni affreschi installati, alcuni in maniera permanente, da François Pinault? Perché si dovrebbe porre la questione di trovare per essi una destinazione diversa? Sono belle, almeno, queste opere? La missione dell'arte non è forse di abbellire il mondo? E gli affreschi, i pannelli, o ancora i denti da gigante scolpiti da Richard Hugues e posati direttamente per terra, di fronte ai Twombly, partecipano a tale abbellimento? No, di nuovo. Nemmeno questo. Poiché significa avere una misera idea dell'arte se la si riduce a un'estetica. È un'idea tarda, da bassa epoca, decadente. È l'idea di coloro che non l'amano, o che ne diffidano, o che ne hanno paura, o che sognano di esiliarla nella periferia della Città. L'altro pregio di questa esposizione è di ricordarci che l'arte, quando è grande, non è mai solamente, né forzatamente, bella; che la sua vocazione non è decorativa, ma metafisica. Infatti, cosa resta, all'arte, quando sfugge al diktat del Bello? Le resta l'intelligenza. La conoscenza. Le resta la sapienza, propria alle grandi alchimie, che dà un senso a quello che non ne ha, o fa vedere perché questo senso è impossibile, o dà come scontato il caos che è la trama nascosta del mondo. Che l'umanità va contro il muro: è il sapere del cavallo impagliato di Maurizio Cattelan, la cui testa è conficcata nel muro della prima sala. Che viviamo in un mondo dove i vivi, i veri vivi, sono meno numerosi dei morti-vivi: è quel che esprimono i cadaveri di Marlène Dumas, poi i corpi coricati, in marmo di Carrara, di Maurizio Cattelan, poi gli angoscianti «Efficiency Men» con la testa da morto, di Thomas Schütte. Che la rovina non è quello che minaccia il mondo ma quello che ne costituisce la trama; che il presente si vive, come nell'«Angelus novus» di Klee commentato da Walter Benjamin, soltanto come produzione di macerie che si accumulano incessantemente sotto i nostri piedi: è la lezione dell'indecifrabile omaggio a François Pinault da parte di Takashi Murakami; ed è quella della «Natura morta e Twin Towers» di Tuymans che, fingendosi simile alla coppa di frutta di Cézanne che galleggia fra cielo e terra, attende il momento della conflagrazione. Allora, è l'Apocalisse? La promessa, se non la certezza, del peggio? No. Nemmeno questo. Poiché c'è la luminosa composizione di Sigmar Polke intitolata «Axial Ages». E «Axiel Ages» è il titolo di un libro famoso, in cui Karl Jaspers racconta come nel momento stesso in cui regnavano, come non mai, guerra, terrore, orrore, siano apparsi i salvatori dell'umanità che furono Buddha, Socrate, i profeti di Israele, Confucio. Non è un'arte nichilista, dunque. Ma un'arte che oltrepassa il nichilismo. O meglio, e per parlare come Nietzsche, un'arte come il «filosofare a colpi di martello», che pratica, poi rovescia, transvaluta, il nichilismo. Non è quello che viene chiamato nichilismo attivo? O speranza?
LE OPERE DI PUNTA DELLA DOGANA - Venezia non è il salotto di casa: l'arte sfugge all'obbligo del Bello
L'articolo descrive un'esperienza di visita a un museo, in particolare a Palazzo Grassi a Venezia, dove sono esposte opere d'arte moderne e contemporanee. L'autore descrive il museo come un luogo dove l'arte vive e si crea, dove le opere sono mette in contatto e si animano. L'artista François Pinault ha curato l'esposizione, che include opere di artisti come Twombly, Stingel, Cattelan e Murakami. L'autore sottolinea che l'arte non è solo bella, ma ha una vocazione metafisica e sapiente, che va oltre l'estetica.
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