Caro direttore, Firenze rappresenta il polo museale più importante d'Italia. Se si prendono in considerazione almeno gli introiti che il ministero ricava dal polo museale fiorentino, ci si rende conto che il capoluogo toscano è un po' la gallina dalle uo-va d'oro nel panorama sterminato dei beni artistici italiani. E questo anche perché Firenze non è semplicemente una città d'arte italiana, bensì è un simbolo a livello internazionale nell'immaginario collettivo del turismo di massa di un qualcosa che va assolutamente "visto". Firenze e i suoi musei, in primis gli Uffizi, sono una vetrina dell'Italia aperta all'interesse di tutto il mondo. Ebbene, domenica 2 maggio questa vetrina ha chiuso i battenti, in modo forse un po' brusco e inaspettato, con l'intenzione di suscitare un clamore ben udibile da quanti in questi anni non si sono accorti del disagio crescente che è venuto montando tra i lavoratori precari dei beni culturali. La questione è uno dei tanti paradossi dell'Italia di questi anni: i musei non hanno personale a sufflcienza per aprire; in preparazione al fatidico anno dei festeggiamenti per il Giubileo, proprio per affrontare e risolvere tali carenze oggettive furono assunti circa 2.300 lavoratori precari, raggnippati in due categorie dai nomi un po' folcloristici. I giubilari: lavoratori già impiegati negli anni precedenti come trimestrali per sopperire alle carenze di personale nei periodi di emergenza. Gli assistenti tecnici museali (o Atm): assunti tramite concorso, personale più qualificato, per alzare il livello di ciò che il museo poteva offrire ad una domanda sempre più crescente, unicum nel panorama del pubblico impiego per quanto riguarda la loro posizione lavorativa. Questa iniezione di personale si è rivelata non solo essenziale per affrontare l'emergenza limitata dell'anno giubilare, ma essenziale tout court per aprire ogni giorno i musei più importanti d'Italia; tanto è che i lavoratori precari, assunti a tempo determinato, hanno avuto ben quattro nuove proroghe annuali del loro contratto, cioè dal 19992000 fino ad oggi e a tutto il 2004. E poi? E poi non si sa. Tralascio l'angoscia che ti prende a fine anno quando non sai ancora che fine farai; il senso di responsabilità divenire a lavorare a gennaio, a contratto scaduto, senza ancora sapere se la proroga è stata data oppure no, per poi firmare il nuovo contratto a febbraio; il fatto che il lavoratore precario non può usufruire di tanti diritti sindacali; il fatto che un precario non può costruire nulla per il futuro perché se non hai la parolina magica allegata, "a tempo indeterminato", in banca neppure ti guardano in faccia; le "solite" famiglie che arrivano a fine mese grazie allo stipendio precario di un posto di lavoro essenziale ma sempre precario da quattro anni; i molti giovani che si trovano davanti al bivio frustrante fra un lavoro possibilmente sicuro e le altre "occasioni" che ti si vengono a parare. I sindacati confederali hanno fatto promesse per quattro anni, il ministro ha fatto promesse per quattro anni, i beni culturali in Italia versano in uno stato di confusione assoluta fra esperimenti di privatizzazioni, fallimenti e annunci reboanti. Pensiamo che a Firenze sia successa una cosa nuova o almeno una cosa che non si vedeva da molti anni: i lavoratori si sono autorganizzati, si sono messi a discutere fra di loro, a litigare, a confrontarsi, si sono appoggiati volutamente ad un sindacato di base, l'unico che ha risposto alle loro richieste. Una cosa è sicura: il 2 maggio ha chiuso Firenze, ma non ci fermeremo affatto qui. Dei precari dei beni culturali si sentirà parlare ancora, e forse anche in modo clamoroso. I PRECARI AUTORGANIZZATI DI FIRENZE