Jack Lang stregato dai Medici. -In un libro un'accurata indagine sul personaggio chiave del Rinascimento fiorentino. "TANTO nomini nullum par elogium" (Nessun elogio sarà mai degno di tanto nome), il celebre epitaffio di Machiavelli, inciso a Santa Croce, potrebbe applicarsi alla perfezione ad un personaggio universalmente noto che ha dominato il suo tempo: Lorenzo de' Medici. Quale elogio, infatti, potrebbe rendere la grandezza di colui che ancora oggi è, semplicemente, il Magnifico? Qual è il segreto di tanta sconfinata ammirazione? Perché dal Quattrocento ad oggi la fama del Principe senza corona di un piccolo Stato repubblicano non ha conosciuto crisi? Un francese colto e innamorato dell'Italia qual è Jack Lang, ci svela nel suo ultimo libro (Il magnifico, vita di Lorenzo de'Medici, Mondadori, pagg. 172, euro 16,00) il ritratto dell'uomo di potere che per primo si servì della cultura come alleata della politica. L'ex ministro della Cultura all'epoca di Francois Mitterrand sceglie di indagare su due direzioni: la storia della potenza di una famiglia e il mito dell'uomo simbolo del Rinascimento. Quando Lorenzo nasce, nel 1449, i Medici sono tra le famiglie più potenti di Firenze e d'Italia, la loro Banca rappresenta l'istituzione finanziaria principale dell'epoca. Il potere politico acquisito e consolidato è frutto dell'enorme influenza che l'amministrazione delle banche e i commerci internazionali hanno garantito al casato. Ma Lorenzo va oltre, diventa infinitamente più potente e rispettato di suo padre, Piero il Gottoso e di suo nonno, Cosimo. È la sua visione moderna ad elevarlo e a consegnarlo alla leggenda. Egli crede al progresso fondato sull'esperienza illuminata della ragione. Il suo sogno è un nuovo mondo stimolato dalla fantasia, dalle energie, dalla creatività. Egli è il principe di una rivoluzione culturale. Intuisce che occorre collegare l'Antichità al gusto contemporaneo, liberando la curiosità artistica, letteraria o scientifica sepolta sotto la polvere medievale e facendo rinascere il genio italico. E innegabile che il punto di partenza dell'attività di Lorenzo è «politico», egli è in competizione con le grandi casate fiorentine - gh Acciaiuoli, gli Strozzi, i Salviati - deve lottare, scendere nei labirinti della politica. Ma i mezzi che spesso adotta sono inusuali. La diplomazia al posto della violenza, la persuasione in luogo dell'imposizione. Il sapere, la conoscenza, il gusto, la raffinatezza, la filosofia, la scienza. Ecco le armi di Lorenzo il Magnifico. Ecco il mito del grande mecenate. Filosofi pittori scultori orafi: questo è il suo personale esercito silenzioso che farà la sua fortuna e quella dei fiorentini. L'influenza e i meriti di Lorenzo vanno oltre i confini del Quattrocento, egli conduce Firenze e l'Italia dal Medioevo all'era moderna. L'arte dopo di lui cambierà volto. In un certo senso, Lorenzo si comporta da produttore. Fa capire die l'investimento, il rischio, il commercio, tutto ciò che fa appello all'abilità umana è più importante del lavoro nei campi. Scuote la pigrizia mentale dei suoi contemporanei, inclini a valutare un'opera d'arte in base al costo dei materiali utilizzati: il blu vale più del rosso e la folla dei pastori vale più del ritratto. Con le sue commissioni riesce a convincere i fiorentini del fatto che tutti possono essere filosofi o che tutti sono in grado dì apprezzare una statua esposta in piazza della Signoria. Il suo impegno nel realizzare questa visione innovativa del potere e del sapere è quotidiano. Deve organizzare le botteghe, finanziarle, suscitare e incanalare la loro rivalità, fare in modo che il nome di un artista non offuschi quello del committente con una firma che indebolirebbe il messaggio propagandistico. Organizzare la promozione critica di opere che, indirettamente, esaltino la sua capacità di giudizio, controllare il ritmo della produzione, la frequenza delle copie, il tratto distintivo delle singole botteghe affinchè non inflazionino le opere, che devono rimanere creazioni rare. È lui che designa il pittore, sceglie i colori e detta il messaggio. Tutto ciò costa tempo, fatica, denaro, ma rende tantissimo. Soprattutto al potere dei Medici, che diviene immenso. Egli ha l'abilità di superare gli schemi consueti dell'arte di allora e, contemporaneamente, di trarre vantaggio da ogni sua intuizione. Con lui si comincia ad abbandonare il contenuto quasi esclusivamente religioso dei quadri e delle sculture. Si impongono nuovi soggetti «pagani» e temi metafisici, il tutto sempre con un occhio alla politica. La scelta di Platone e delle sue preoccupazioni cosmiche, piuttosto che l'insistenza sulle intuizioni aristoteliche relative ai rapporti tra l'individuo, la città e la società, era l'ideale per il potere dei Medici. Certo Lorenzo non è l'unico principe che abbia adottato questa strategia. Stendhal nel suo "Storia della pittura in Italia" scrive che «i sovrani vivevano come ricchi privati, tra tutti i piaceri della mente e delle arti». Nel 1441 Pisanello aveva inciso per Francesco Sforza una medaglia sul cui rovescio apparivano il libro, il cavallo e la spada, emblemi di un condottiero che desiderava presentarsi come sapiente. Ma Lorenzo il Magnifico fece tutto con un'altra sensibilità e con una visione «globale». Le passioni filosofiche nate dalla frequentazione di Cristoforo Landino, Marsilio Ficino e Leon Battista Alberti, esponente di punta del primo umanesimo, gli conferirono una statura superiore a quella di tanti altri che iniziarono, sulla sua scia, a circondarsi di artisti e letterati. Jack Lang è perfettamente cosciente della grandezza di Lorenzo: «Si è liberi di sostenere che Lorenzo finanziasse soprattutto grandi botteghe - quella del Pollaiolo e quella del Verrocchio -, che non si accorgesse subito della statura del Botticelli; ma resta il fatto che questi artisti e i loro altrettanto geniali assistenti - basti pensare a Leonardo Da Vinci e a Lorenzo di Credi, nel caso del Verrocchio - costituirono effettivamente una «generazione d'oro». E non fu Lorenzo a farli fuggire, ma la fama delle loro opere a Firenze a generare un inevitabile rilando da parte degli altri prindpi d'Italia». Infine, un'ultima, fondamentale considerazione. Il Rinascimento culturale innestato da Lorenzo impedì la scomparsa di pratiche e tradizioni, grazie all'attività degli orafi, degli incisori o dei tornitori in legno che lavoravano per i vari artisti. Allo stesso tempo, non si può negare il valore educativo delle infinite opere nate sotto l'egida de il Magnifico. Opere ineguagliabili che hanno contribuito a sviluppare le potenzialità creative della società fiorentina, l'affinamento di quella sensibilità famosa ancor oggi in tutto il mondo.