Sabato scorso gli artisti napoletani CyopKaf hanno inaugurato una mostra particolare, en plein air, sotto i piloni di un cavalcavia abbandonato, in uno spazio di risulta nei dintorni di Quarto, una terra di nessuno al confine tra un centro commerciale, i binari della Circumflegrea e un Macello mai entrato in funzione, ex centro sociale occupato e ora discarica comunale di rifiuti ingombranti. Più che un vernissage è stata una festa, lunga unintera giornata, con musica e tavole imbandite, giochi per bambini e proiezioni serali, unarea dedicata alle autoproduzioni, dagli alimenti biologici a saponi e detersivi. I dipinti erano visitabili anche prima dellinaugurazione e lo saranno a lungo, fin quando il passare del tempo o lattuazione di qualche piano urbanistico non cancellerà i piloni del cavalcavia. Le opere "esposte", infatti, sono dipinte sui lati degli enormi pilastri che sostengono la strada sopraelevata: figure di grandi dimensioni, esseri mutanti a mezza strada tra lanimale, il vegetale e lumano, oppure ritratti grezzi, volti che emergono dallaccostamento di oggetti e simboli inanimati, realizzati nel corso degli ultimi tre anni con la collaborazione episodica di artisti amici (Malov, Diego Miedo, Eno, Aria). L effetto visivo è quello di una lunghissima navata che si estende a perdita docchio; una fuga di colonne, punteggiate sui lati dai cumuli di piccole discariche abusive. Il titolo della mostra, "CeMento. La menzogna come collante sociale", da un lato gioca con il senso e la combinazione delle parole (le bugie, dicono Cyop e Kaf, sono diventate i pilastri della società; non una possibile via di fuga, ma lunica unità di misura del nostro mondo), dallaltro evoca i luoghi che circondano il cavalcavia: da una cittadina come Quarto, che nel giro di ventanni è passata da poche migliaia a quasi cinquantamila abitanti, a tanti altri posti dellhinterland napoletano, ex paesi diventati città di fatto, ma solo quantitativamente, mentre le campagne intorno scomparivano rapidamente, sepolte da colate di cemento abusivo e discariche legali e illegali, industrie dismesse e un vasto assortimento di non-luoghi del cosiddetto terziario. Il giorno prima di questa mostra, Antonio di Gennaro, di professione agronomo, aveva presentato in via Orsi al Vomero, nella bottega del commercio equo e solidale "Il Pappice", il suo libro intitolato "La terra lasciata" (edizioni Clean), una sequenza di brevi capitoli in cui riepiloga le fasi salienti del disastro che ha sconvolto il nostro territorio, la cosiddetta "Campania Felix", ecosistema di terreni fertilissimi che si è formato nel corso di duemila anni e che lopera delluomo ha dimezzato negli ultimi cinquanta. Di Gennaro è stato, qualche anno fa, il maggiore artefice del ritiro del Piano territoriale della Provincia di Napoli. Un piano che, sotto lo slogan della riqualificazione, dichiarava edificabili 25 mila ettari di suolo agricolo pregiato, il quaranta per cento del territorio rurale della provincia. Analizzando le cartografie, di Gennaro fu colpito dagli spazi bianchi che circondavano le aree più fertili. Venivano definite "aree di prevalente riqualificazione urbana", ma si trattava di espansione camuffata. La normativa prevedeva la possibilità di localizzarvi servizi, infrastrutture e abitazioni. «Negli anni Sessanta dice di Gennaro i Comuni della provincia conservavano la loro individualità, avevano intorno un territorio rurale che serviva da cintura verde nei confronti della grande città. Oggi esiste unameba urbana che continua a crescere. La conurbazione ha saldato tra loro i tre capoluoghi di provincia, tanto che ormai si può andare da Caserta a Salerno senza mai lasciare il paesaggio urbano». Il danno è stato compiuto. Adesso si può provare a salvare il salvabile, dice di Gennaro. Gli strumenti ci sarebbero. Per la prima volta dopo quarantanni, la Regione ha approvato un Piano territoriale che introduce regole severe di tutela dello spazio rurale, non più considerato come "area bianca" ma come ecosistema che fornisce a noi tutti una serie di servizi essenziali: acqua da bere, aria pulita, alimenti, biodiversità, paesaggio, occasioni di vita allaria aperta. È necessaria una bonifica organica non un semplice elenco di siti da bonificare di ampiezza e profondità mai affrontate prima. Ma un piano da solo non basta. E meno che mai un governo demergenza. Occorre una buona politica, un patto sociale tra amministrazioni, imprese e cittadini, ovvero la responsabilità di ciascuno verso un ambiente di vita percepito come patrimonio comune. Come CyopKaf, anche di Gennaro attira lattenzione sul disastro che ci circonda. A modo loro, con il loro linguaggio, i due artisti ci invitano ad affrontare i risultati di questo sfacelo, a non distogliere lo sguardo dalle macerie, a utilizzarle, a trovargli un senso; con i loro interventi ci chiedono di non dare per scontato questo panorama, di continuare a porci domande, di non dimenticare le responsabilità. Lagronomo, a modo suo, con i suoi strumenti, ci indica una strada, forse lunica da percorrere nel futuro. La riduzione del danno, una ricognizione dei frammenti scampati al disastro, il ripristino di questo mosaico di isole verdi, la loro difesa, connessione e valorizzazione. Due sfide non proprio allordine del giorno nella campagna elettorale appena conclusa.