Un itinerario tra i capolavori artistici dellantico quartiere e un progetto per il recupero QUALCHE anno fa, di fronte allirreversibile ritirarsi della Vucciria, la Fondazione Salvare Palermo suggerì se non fosse il caso, anziché tentare di prolungare artificialmente lagonia del mercato, di rileggere il quartiere alla luce dei valori superstiti del sistema di quinte e percorsi urbani che, nel corso dei secoli, avevano stratificato larea della Loggia come lemblema dellantica vocazione artigiana e commerciale di Palermo. CERA UNA VOLTA UN QUARTIERE FIRMATO DA GAGINI E VAN DYCK Una guida ripercorre i capolavori artistici e la trama architettonica dellantica Loggia: unidea per il recupero che prescinde dal mercato Il rione, ormai ridotto a un set di fantasmi in attesa del crollo finale, andrebbe riletto alla luce del suo sistema di quinte e percorsi urbani Catalani, pisani e genovesi si contendevano i commerci mentre per arredare chiese e oratori venivano chiamate le star dellepoca La proposta, naturalmente, cadde nel vuoto, né poteva essere altrimenti considerata la totale latitanza - di idee, misure, progetti - della amministrazione cittadina, in questo come in altri campi. A ricordarci come quellintrico di vicoli, strade e piazze fosse stato in passato un formidabile testo di segni artistici e monumentali giunge ora una guida, "Palermo. I Tesori del quartiere della Loggia" (Silvana Editoriale, pagine 96), curata da Civita seguendo quel modello di distretto culturale - una rete coerente di elementi storici e naturalistici articolata nello spazio e nel tempo - più volte promosso come strumento di valorizzazione del patrimonio. Strutturata come una guida tradizionale attraverso schede di chiese e palazzi, la pubblicazione amplia la geografia del quartiere della Loggia sino a comprendere altri quartieri (la Fieravecchia, i Lattarini, la Kalsa: la parte dei mandamenti Tribunali e Castellammare compresa tra la via Roma e la costa) che, sino al doppio prolungamento del Cassaro (1568 e 1581) erano parte di un solo sistema integrato, anche sotto il profilo urbanistico, gravitante verso il mare e quindi popolato da quegli insediamenti forestieri che sin dalletà medievale avevano costituito la ricchezza di Palermo: amalfitani (e Amalfitania era lantica denominazione della Loggia), catalani, pisani, lombardi, genovesi, attivi fianco a fianco a contendersi mercati, monopoli, commerci, imprimendo a quella città il carattere di un mosaico di accenti e valute. Come in tutta lEuropa dei traffici e dei commerci, le logge (a Palermo poi demolite: ne rimane memoria sporadica in alcune incisioni settecentesche) erano così lelemento architettonico delegato ai cambi e alle contrazioni rette dalle singole nazioni straniere, le stesse che, accumulando profitti e incrementando i residenti, patrocinavano poi quale elemento distintivo di orgoglio e ricchezza ledificazione delle chiese: San Giorgio dei Genovesi, Santa Eulalia ai Catalani, San Carlo dei Lombardi, per citare qualche esempio, tutte dislocate lungo lasse che dalla Fieravecchia conduceva alla Loggia. Sono questi i valori architettonici e urbanistici a cui faceva riferimento Salvare Palermo: una trama cresciuta con slarghi e ampliamenti prospettici dal medioevo sino alletà barocca, senza traumi irreversibili a parte il prolungamento del Cassaro, come un incunabolo di quella civiltà di imperi mediterranei celebrata da Fernand Braudel. Cartoline da una città aperta, dinamica, curiosa, così diversa da quella attuale arroccata su se stessa. Altro che sicilianismi e querule lamentele sugli incarichi affidati ai forestieri, come avviene regolarmente in difesa di una presunta, mortificata identità locale: tra Quattro e Seicento le commissioni più prestigiose interessano schiavoni (Laurana, in San Francesco dAssisi), lombardi (Domenico Gagini, in San Francesco dAssisi e Santa Cita; Caravaggio, via Roma, Napoli e Malta allOratorio di San Lorenzo), fiamminghi (Van Dyck, Stom, entrambi allOratorio del Rosario), fiorentini (Jacopo da Empoli, Filippo Paladini, in San Giorgio dei Genovesi e Santa Cita), veneziani (Palma il Giovane, in San Giorgio dei Genovesi), genovesi (Orazio de Ferrari, Oratorio del Rosario), romani (Carlo Maratta, Oratorio di Santa Cita), napoletani (Luca Giordano, San Giorgio dei Genovesi). Ma questo si sa, anche se non si riesce a trarne la giusta lezione per il presente; e del resto se Novelli, anziché poter guardare a Van Dick, si fosse dovuto accontentare dei vari Zoppo di Gangi del tempo, oggi con le nostre glorie seicentesche rischieremmo di restare al palo. La guida pone correttamente laccento sulla unitarietà di tale contesto, individuando una serie di percorsi punteggiati dalle emergenze architettoniche che scandiscono lordito urbanistico. Non può fare altro che una operazione di mappatura storica, poi non resta che rendere degli auspici: perché chi si muove oggi alla ricerca di Serpotta o di Van Dyck fa i conti con una realtà - fisica, ambientale - doppiamente schizofrenica. Al parziale recupero edilizio che da anni interessa la zona tra Fieravecchia e Kalsa (quanti palazzi anche imponenti restaurati tra via Alloro, via Lungarni, via Paternostro) corrisponde infatti il degrado estremo della fu Vucciria, dove tutto sembra predisposto per un set di fantasmi in attesa fiduciosa del crollo finale; ma anche dove intere stecche architettoniche sono ingabbiate dalle impalcature, e tra i ponteggi già si indovina il colore rinnovato degli intonaci, la mancanza di una politica complessiva per il centro storico lascia quei recuperi in balia di se stessi: senza cioè che un piano dei servizi sostenga la componente residenziale, senza il varo di isole pedonali o che un piano traffico regolarizzi laccesso delle auto in un sistema viario che non può sopportare lincondizionato flusso dei veicoli. Altrove sarebbero proposte, dibattiti: qui, di fronte al sindaco che da due anni blocca senza addurre uno straccio di giustificazione le revisione del Piano particolareggiato esecutivo, queste esigenze elementari cadono nel vuoto più desolante. Ci toccherà aspettare, forse, si spera, il prossimo primo cittadino.