BATTISTA - Nel grande marasma del '92, nei giorni e nei mesi in cui la Prima Repubblica viene demolita dalle indagini giudiziarie e i magistrati di Milano vengono santificati e portati a esempio come eroi; tu, da osservatore delle cose politiche, commentatore distaccato delle magagne italiane, diventi uomo di governo. Per l'esattezza diventi ministro dei Beni Culturali e Ambientali. Avresti mai pensato, a parte la parentesi della tua candidatura alle elezioni del 76, di passare dall'altra parte e diventare politico a tutti gli effetti? ALBERTO RONCHEY Non correre troppo. Non è vero che sono diventato un politico di professione. Sono semplicemente entrato a far parte di un governo di transizione in cui la presa dei partiti è stata molto più debole di prima. Torna con la mente all'atmosfera del giugno '92, al clima arroventato dai primi arresti per Tangentopoli, all'interminabile battaglia per il nuovo presidente della Repubblica, alla strage di Capaci in cui viene assassinato Giovanni Falcone. In quel clima tempestoso, a Fregene ricevo la telefonata di Giuliano Amato, appena designato dal neopresidente Scalfaro come capo del nuovo governo. Senza tanti preamboli Giuliano mi chiede se sono disposto a fare il ministro dei Beni Culturali. Lo avverto subito, prima di andare avanti con la conversazione: «Guarda, la mia considerevole autostima non arriva al punto di nasconderti che, in campo artistico, le mie credenziali sono le seguenti. Prima di tutto ho sostenuto con buoni risultati l'esame di storia dell'arte per la maturità classica, ma il mio curriculum scolastico non può fregiarsi di altri titoli in materie artistiche. Secondo: coltivo la buona abitudine di frequentare con una certa regolarità il Louvre se mi trovo a Parigi, il British Museum a Londra, il Prado a Madrid e via dicendo. Insomma, per fartela breve, più di questo non potrei vantare nel campo della storia dell'arte, a differenza di mia moglie che invece se ne intende molto». Ma lui insiste. Allora gli chiedo qualche ora di riflessione prima di dare una risposta definitiva. Mi consulto con Eugenio Scalfari, che consiglia di accettare la proposta di Amato, poi con Giovanni Spadolini, che di quel ministero era stato il fondatore, e lui molto bruscamente mi fa sapere che si sarebbe irrimediabilmente offeso se non avessi accettato. BATTISTA Perché avevi tanti dubbi? Si trattava soprattutto di dubbi di natura politica, o che cosa? RONCHEY L'ho già detto: perché non ero un esperto. Dubbi politici, sinceramente, non ne ho mai avuti. Quello di Amato, lo ripeto, si presentava come un governo tecnico di transizione in una situazione politica assolutamente eccezionale. Io non ero un tecnico, ma solo un indipendente con il vantaggio d'aver studiato il diritto amministrativo, materia essenziale per ogni ministro. Comunque, chiamai Amato per comunicargli che avevo accettato la sua proposta e il 29 giugno, festività dei santi Pietro e Paolo, partii da Fregene per andare a giurare al Quirinale. Devo confessare che l'inizio della mia attività ministeriale non fu incoraggiante, perché prima di entrare dovetti aspettare mezz'ora sotto il sole a picco per il cambio della guardia. Poi ebbe inizio la cerimonia, con le strette di mano, le formule di rito, una liturgia molto complicata. BATTISTA Non è difficile immaginare che con la storia dei musei aperti agli interventi dei privati, e del consigliere venuto dall'America, chissà quanti nemici ideologici ti sarai fatto. RONCHEY Non tanti, per la verità, perché misi subito in chiaro che non si trattava di privatizzare Piero della Francesca o Antonello da Messina e non ho mai nemmeno immaginato che lo Stato dovesse alienare il suo patrimonio. La questione era un'altra. Quell'anno, il 1992, conobbe una terribile tempesta valutaria, il governo Amato fece una manovra finanziaria «lacrime e sangue» da 92.000 miliardi di lire e il ragioniere generale dello Stato era costretto a tagliare i capitoli di bilancio con l'accetta. Nel frattempo, tanto per peggiorare le cose, crollavano le mura di Urbino. Voglio dire che in tempi simili era obbligatorio valorizzare di più il patrimonio esistente, ma i restauri costano: quello delle Nozze di Cana al Louvre, per capire di che stiamo parlando, costò venti miliardi di lire d'allora. Certo, nessun museo, nessuna area archeologica può essere in grado di ottenere un autofinanziamento totale, ma con l'aiuto dei privati qualcosa può essere fatto. Però attenzione agli equivoci e ai luoghi comuni, perché quando si parla di merchandising e di servizi aggiuntivi nei musei i giornali per prima cosa tirano fuori il solito elenco di ovvietà: ristoranti, caffetterie, cartoline e poster. BATTISTA È sbagliato? RONCHEY Non determinante. Anche perché non si possono trattare gli Uffizi, dove non c'è nemmeno il posto per un ristorante, allo stesso modo di edifici come quello che ospita il Metropolitan a New York. Certo, nei limiti del possibile ci siamo posti anche il problema delle caffetterie. Ma il terreno principale in cui ci siamo cimentati è stato il mercato dei cd-rom, che danno la possibilità di vedere gli affreschi da vicino, con il commento critico in tutte le lingue, compreso il giapponese. Era importante anche la riproduzione a tre dimensioni, ossia il calco. Un patrimonio immenso poteva finalmente esser messo a disposizione di tutti e sono grato a Federico Zeri per avermi aiutato tantissimo, garantendomi la collaborazione di molti specialisti. Con le nuove tecniche audiovisive si può costruire un itinerario ragionato sulle opere di Piero della Francesca disperse tra Uffizi, Urbino, Arezzo, San Sepolcro, Brera. L'ottica ravvicinata con il mezzo microelettronico, grazie alle sue risorse, offre ormai possibilità illimitate a un mercato del tutto nuovo e insieme alla propagazione della conoscenza. Ma qui nascono i problemi specificamente italiani. Solo in Italia è possibile trovare tante opere d'arte, una sedimentazione stratificata per ventotto secoli. Dall'VIII secolo avanti Cristo ai tempi nostri, non si ricorda un'era che non abbia lasciato la propria eredità in Italia: Etruschi, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanno-Svevi, Medio Evo comunale, Rinascimento, Barocco, Neoclassicismo fino al Modernismo. Ma la storia dell'Italia è policentrica. La Gran Bretagna, che alle spalle ha una lunga storia unitaria e anche d'imperialismo, riunisce il suo national heritage e realizza colossi come la National Gallery o il British Museum. La Francia, con la sua storia non solo unitaria ma centralistica, ha il Louvre e il patrimoine gestito con ordine razionale. La nostra storia è tutta diversa, policentrica, di Comuni e Signorie, con i musei che nascono dalle collezioni dei Medici, Colonna, Barberini, Visconti, Gonzaga, Farnese, Corsini, Borghese, Montefeltro, Chigi. Dunque, anziché il Louvre, il British Museum o il Metropolitan di New York, in Italia abbiamo musei di media entità, come gli Uffizi, Brera, le Gallerie dell'Accademia, Capodimonte. E allora, per fare quel tipo di merchandising, occorrono cordate di privati che sappiano costruire una rete tra i musei, editori di libri d'arte o produttori di videocassette e calchi, consorzi di imprese che possano contare su vendite di larga scala per comprimere il costo unitario e garantire la qualità della riproduzione oltreché un gettito per finanziare almeno in parte i musei. Certo, i privati vanno controllati, perché se dipendesse da loro, e grazie alla sponsorizzazione politica di qualche ministro zelante, si farebbero continuamente sfilate di moda agli Uffizi, dove la gente non saprebbe più che cosa ha visto: la cravatta del Pollaiolo o l'Adamo di Versace? Insomma, si deve gestire la complessità. BATTISTA Che vuoi dire esattamente? RONCHEY Voglio dire, tutto complicato. Dovevamo fare in grande fretta, perché in Italia i governi non duravano mai abbastanza e un progetto rischiava di naufragare in dirittura finale per colpa dei cambiamenti repentini del quadro politico. Con un certo orgoglio, però, voglio ricordare che la legge per l'introduzione dei privati nei «servizi aggiuntivi» dei musei fu varata a tempo di record in Parlamento. Anche perché sfruttavo la mia vecchia esperienza di cronista parlamentare, il decreto legge fu convertito in legge, la 493, entro due mesi, prima che decadesse, caso raro. Ricevetti pure i complimenti dell'allora presidente della Camera, Napolitano.
Corriere della Sera
5 Maggio 2004
✓ Entità verificate
Intervista ad Alberto Ronchey. Il fattore R che cambiò la politica del bello
PI
Pierluigi Battista
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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