Il timone a doppio remo ha ritrovato il suo alloggiamento originario e le ordinate della chiglia, assieme al fasciame su cui sono fissate, appaiono ottimamente conservate. Persino un tratto della corda, rinvenuta legata a uno scalmo con uno splendido nodo marinaro, è del tutto integro. Ecco la barca di Ercolano, il battello trovato nel 1982 di fronte ai fornici della marina antica che tra qualche settimana sarà visibile per turisti e visitatori negli spazi di un salone appositamente attrezzato per la mostra, negli scavi di Ercolano. Per recuperare il natante, anche se in maniera parziale, visto che il restauro ha interessato solo la sezione interna dello scafo, sono stati necessari un anno di lavoro e l'impiego, su progetto europeo, di una somma pari a seicentomila euro. «L'intervento che abbiamo portato a termine - spiega difatti Valerio Papaccio, architetto della SOPRINTENDENZA speciale di Napoli e Pompei e responsabile del piano di recupero del natante - se da un lato puntava all'esposizione al pubblico del reperto, d'altra parte era finalizzato a conoscere la reale situazione di conservazione del legno, dopo che erano trascorsi ventisei anni dal ritrovamento». Quando la barca fu intercettata, infatti, venne immediatamente sigillata in una bolla di vetroresina, a sua volta ingabbiata da una doppia protezione, sulle facce dello scafo, fatta di fasce e longheroni metallici che ne impedivano ogni movimento e annullavano tutte le sollecitazioni che potevano danneggiarla. Il tutto, ovviamente, dopo aver liberato la struttura dal pane di cenere e fango consolidato che per diciannove secoli l'aveva protetta. Un restauro lungo e difficile, quello a cui è stata sottoposta la barca, sia, dunque, per il lungo intervallo di tempo trascorso dal rinvenimento sia per scarsità di documentazione approntata all'epoca. Alla fine, però, il battello è uscito dal guscio di resina in quasi tutta la sua interezza, considerato che circa i tre quarti della struttura risultano ben conservati. Del natante, lungo, in origine, circa dieci metri e largo più di due metri, oltre al sistema del timone a doppio remo, del fasciame e delle ordinate, si è salvata anche la tecnologia utilizzata per tenere unite tra loro le parti lignee. Tra le altre, appare interessante la realizzazione dello scafo esterno fatto di tavole di quercia, spesse trentadue millimetri, e collegate tra loro con il sistema classico delle mortase e dei tenoni. Questi elementi sono bloccati al fasciame con cavicchi di legno e rafforzati, forse in un secondo momento e per interventi di riparazioni, con chiodi di rame a testa bombata. Il tipo di legno usato, oltre alla quercia si sono trovati anche pino e noce, e le caratteristiche di costruzione, secondo gli esperti, indirizzano più a un uso militare del natante che a una barca impiegata in battute di pesca sotto costa. Le ipotesi puntano difatti a riconoscere nell'imbarcazione o una navis tabellaria, un battello messaggero che duemila anni fa solcava senza sosta le acque costiere della Campania, recapitando dispacci dell'ammiragliato alle tante guarnigioni di classiarii (i marines della Roma imperiale) dislocate nei porti delle cittadine marittime, oppure una navis speculatoria, una imbarcazione i cui compiti principali erano quelli di controllare e difendere coste e anfratti da pirati e nemici. «La barca - riprende Papaccio - sarà dunque proposta in un contesto naturale e all'interno di una scena dove troveranno posto gli elementi impiegati nella marineria di duemila anni fa». Ovvero, lungo le pareti della sala saranno posizionate vetrine e contenitori in cui si esporranno ami, elementi di reti, coffe, corde, ancore, remi, anfore utilizzate per il trasporto di vino e olio e le altre usate per granaglie e cereali. Infine, una passerella di legno, lunga quindici metri, consentirà al visitatore di guardare all'interno dello scafo e riconoscere i particolari di un natante che, quando venne recuperato, fece esclamare a Richard Steffy, chiamato dagli Usa per un parere sul relitto: «Questa barca è unica».