«L'accusa che mi viene mossa è di non avere messo in atto misure atte a prevenire disastri, stragi: sì, proprio così. In realtà, le manchevolezze riscontrate non erano tali da pregiudicare la sicurezza dei visitatori e del personale, quindi ho la coscienza a posto. Ma sono amareggiata: il 16 agosto andrò in pensione, eppure dovrò affrontare un processo. Ho sacrificato parte della mia vita per questo museo: avrei preferito concludere la carriera in modo più brillante». Per la soprintendente al Museo Egizio Anna Maria Donadoni Roveri il rinvio a giudizio disposto dal procuratore Guariniello è una doccia fredda. Ma nonostante lo sgomento, anziché trincerarsi dietro il silenzio ha accettato di parlarne con "Repubblica". Professoressa Donadoni, come si difende? «Guardi, innanzitutto affermando che a seguito della visita dei vigili del fuoco due anni fa ho preso dei provvedimenti: e ora il museo è a norma, tanto che ci è stato attribuito il Certificato prevenzione incendi. Se allora i pompieri avessero trovato una situazione insostenibile, avrebbero chiuso il museo: invece, si sono limitati a contingentare il numero dei visitatori, che non potevano essere più di 100 per volta. Salvo poi cambiare idea dopo poco e innalzare il numero a 600.» Quali misure erano state prese per la sicurezza del museo? «Dopo la disgrazia dello Statuto, avevamo fatto tutto quello che ci era stato richiesto, procurando lance idriche, estintori a polvere, porte tagliafuoco, segnalatori d'incendio. In seguito i pompieri hanno riscontrato la mancanza della segnalazione sonora per gli incendi nelle parti più vecchie e delle piantine che indicano al visitatore dove si trova». Da quale episodio ha preso avvio l'inchiesta del procuratore Guariniello? «Noi ci eravamo dotati di un segnalatore Beghelli, che in caso di problemi suona e fa accorrere automaticamente un'ambulanza. Così è successo che quando, nei primi mesi del 2002, alcuni ragazzi delle scuole si sono sentiti male per cause che poco avevano a che fare con le condizioni ambientali del museo, sono stati ricoverati in ospedale. E allora si sa come vanno le cose, vengono avvertiti i giornalisti e si apre un'inchiesta». Come replica all'accusa di non avere speso per l'adeguamento delle misure antinfortunistiche il finanziamento stanziato dal Ministero nel '98? «Quei fondi, che ammontavano a un miliardo e 90 milioni delle vecchie lire, erano destinati alla messa a norma degli ampliamenti soprattutto sotterranei, che poi non si sono realizzati. D'altronde si erano già spesi 800 milioni dei fondi ordinari per le misure antincendio: il nuovo stanziamento è stato messo a deposito, poi speso per altro, dall'acquisto delle telecamere all'adeguamento dell'impianto elettrico alle visite in notturna». Come vede la nuova fondazione che dovrà gestire il museo? «Quello che so, l'ho letto sui giornali. Nessuno ha ritenuto di informare la direzione e il personale del museo: mi hanno mandato lo statuto in visione quando ormai era definitivo. E' uno statuto che non mi piace, in cui non c'è posto per gli egittologi: pensi un po', una direzione di 28 persone con un solo egittologo e un comitato scientifico che conta poco, con funzioni solo consultive. Che cosa vuole che le dica, a una certa età forse è meglio fare la nonna: ho un bellissimo nipotino e una famiglia a Roma, che ho sacrificato per il museo. E' ora di tornare: chissà, collaborerò magari con il Museo del Cairo, con cui ho stabilito ottimi contatti, tra questi, da ultimo, un gemellaggio con il museo torinese».