E' iniziata ieri con la fìrma di un memorandum d'intesa tra il ministro Sayed Raheen e il sottosegretario Margherita Boniver, la «missione» italiana a Kabul del ministero degli Affari esteri, del ministero dei Beni e delle attività culturali, dell'Istituto centrale del restauro e dell'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente. Una «missione d'arte» (che si concluderà venerdì) e che vedrà tra i propri effetti anche la creazione di un corso per restauratori afghani, da utilizzare nell'ambito del laboratorio in via di allestimento nel Museo nazionale di Kabul. Il consolidamento dei minareti di He-rat e Jam, il riallestimento dei musei di Kabul e Ghazni, il risanamento del sito di Bamiyan «tristemente noto per la demolizione dei Buddha giganti»: questi alcuni degli elementi che contrassegnano l'impegno italiano in Afghanistan in materia di beni culturali, avviato ufficialmente nel dicembre del 2001 e che fin dall'inizio si è caratterizzato, tra l'altro, per «una pressante volontà di ripresa degli scavi archeologici». L'Italia è stata il primo Paese tra quelli occidentali a tornare in Afghanistan, al termine del conflitto, con iniziative di recupero e di conservazione che si inserivano nel solco di una tradizione che aveva peraltro preso avvio, già nel lontano 1956, con la fondazione (da parte del professor Giuseppe Tucci) della Missione archeologica italiana in Afghanistan per conto dell'Ismeo (l'attuale Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente). La storia dell'attività italiana a Kabul e dintorni è, dunque, legata a quella della missione. Che aveva ìnterrotto la propria attività nel 1978 per poi riprenderla nel 2002, sotto la guida del professar Giovanni Verardi, con un impegno finanziario iniziale di 73 mila euro passato poi a 45 mila euro nel 2003 e a 50 mila euro nel 2004. Due i compiti essenziali di questa missione «culturale»: l'allestimento di un laboratorio per la ricomposizione a Kabul, la catalogazione e il restauro dei reperti presenti nel Museo archeologico della capitale afghana, il riavvio degli scavi archeologici a Ghazni presso il palazzo di Masud III, il santuario buddista di Tapa Sardar e i complessi rupestri buddisti. I due maggiori interventi (legati anche all'impegno dell'Unesco) sono quelli destinati al restauro dei minareti di Jam ed Herat (coordinato dall'architetto Andrea Bruno) e alla «riabilitazione» dei musei di Ghazni. Proprio nei dintorni di Ghazni, a Rauza, verrà tra l'altro riaperto quel Museo di arte islamica inaugurato proprio dalla missione italiana nel 1966 mentre a Ghazni si riattiverà quel Museo di arte preislamica anch'esso creato dalla missione italiana, ma nella seconda metà degli anni Settanta. Accanto alle istituzioni e all'Unesco, un gruppo di imprese che (come nel caso della Rodio) hanno collaborato al recupero delle volte in muratura che ospitavano i Buddha di Bamiyan, quasi distrutti dai talebani nel 2001. Dunque, un impegno importante quello che ha portato l'Italia ad attivarsi per i beni culturali dell'Afghanistan. Un impegno in qualche modo dovuto visto che si tratta del patrimonio di un Paese considerato tra i più ricchi del mondo per «i resti delle varie civiltà sparsi sul suo territorio» dove si ritrovano intrecciati elementi di civiltà greca e dell'Asia centrale, buddismo e civiltà islamica.
Afghanistan da salvare: gli italiani in missione d'arte
Ieri è iniziata la missione italiana a Kabul del ministero degli Affari esteri, del ministero dei Beni e delle attività culturali, dell'Istituto centrale del restauro e dell'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente. La missione, che si concluderà venerdì, vedrà tra i propri effetti la creazione di un corso per restauratori afghani e il consolidamento dei minareti di He-rat e Jam. Il riallestimento dei musei di Kabul e Ghazni, il risanamento del sito di Bamiyan e la catalogazione e il restauro dei reperti presenti nel Museo archeologico di Kabul sono altri elementi dell'impegno italiano in Afghanistan in materia di beni culturali.
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