Centonovanta milioni di vecchie lire in otto anni. Questa è la cifra che il Ministero dei Beni Culturali ha stanziato fino ad oggi per la realizzazione del nuovo Museo Archeologico di Aitino, inserito in una grande area di scavo che continua a riservare straordinarie scoperte, con i 45 mila reperti già catalogati legati all'importante santuario votivo attivo dal VI secolo avanti Cristo al III dopo Cristo e i moltissimi altri che giacciono stipati in magazzini provvisori, in attesa dei fondi per catalogarli. Un esempio clamoroso di malagestione della cultura da parte di un Ministero che con il suo titolare Giuliano Urbani si fa bello di codici e leggi, ma poi come accadrà anche quest'anno non stanzia un euro per gli scavi archeologici in tutta l'area veneta, privata anche dalla valvola di sfogo dei fondi del lotto destinati ai beni culturali, ora bloccati. Aitino è il caso più evidente di questa situazione vergognosa e per questo ieri, nella sede della Soprintendenza regionale del Veneto, in Piazza San Marco, si è tenuta una conferenza stampa per illustrare da una parte le notevolissime possibilità di questo museo ancora virtuale confinato per ora nelle due salette della vecchia sede e dall'altra la realtà di una situazione che dice che senza aiuti dei privati, difficili da trovare, tutto resterà solo sulla carta. Servono infatti sei milioni di euro, perché il progetto del museo, già pienamente cantierabile addirittura con l'indicazione di ciò che andrà in ogni singola teca delle cinque sezioni della raccolta possa essere realizzato in due anni di lavori. Gli edifici ci sono già con i due magnifici casoni rurali ottocenteschi che il Demanio ha acquisito per il museo fin dal 1985, ma l'ironia amara è che anch'essi cominciano a deperire per consunzione, e servono già fondi per la manutenzione, di infissi, nuovi, già compromessi per non essere mai stati utilizzati. Se qualcosa sino ad oggi si è fatto per portare avanti il progetto predisposto dalla direttrice del Museo di Aitino Margherita Tirelli e dall'architetto Stefano Filippi, ora anche sovrintendente regionale reggente, è per i contributi stanziati dai "cugini" della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia. «Abbiamo usufruito - ha spiegato il sovrintendente Giorgio Rossini - di cinque miliardi di vecchie lire, che non sono pochi ma non bastano, tanto più perché giunti grazie a finanziamenti ordi-nari, che quindi arrivano in maniera saltuaria, a seconda degli anni». Amara la sovrintendente ai Beni Archeologici del Veneto Maurizia De Min: «Se avessimo i soldi, in circa due anni riusciremmo a completare il recupero dei due casoni ottocenteschi sede delle esposizioni, la costruzione dei nuovi edifici di servizio e delle infrastrutture, oltre a ristrutturare la sede storica e soprattutto catalogare, restaurare ed esporre i 45 mila reperti presenti. Ma i fondi, che chiediamo ogni anno, continuano ad esserci negati, e, senza di essi, non c'è futuro per il museo. Del resto, per tutto il Veneto è stato stanziato un miliardo e 300 milioni di vecchie lire, che bastano appena per la manutenzione ordinaria». In particolare, per Aitino mancano le risorse per il restauro dei reperti, mentre nell'attuale sede del museo non è neppure possibile allestire un percorso espositivo visto l'eccessivo numero di oggetti. Eppure, di grande interesse è il progetto, che prevede un percorso ciclopedonale nell'area archeologica, una torre d'osservazione per studiare l'area, percorsi espositivi personalizzati per le esigenze dei visitatori, collegamenti via vaporetto o bus, la possibilità di portare al museo in sei minuti i passeggeri dell'aeroporto in attesa di partire per voli internazionali. Un museo archeologico moderno e ricchissimo contestualizzato nell'area da cui prevengono i suoi reperti romani e preromani di eccezionale interesse in grado di interagire in circuito C9n il vicino museo di Torcello e con le altre vicine raccolte archeologiche dell'area veneziana e trevigiana. «Per richiamare fondi privati spiega la sovrintendente De Min bisognerebbe riattivare la legge 512, che prevede agevolazioni fiscali per chi sostiene i restauri, estendendola anche ai beni archeologici e soprattutto tornando agli sgravi consistenti, anche del 70 per cento, previsti negli anni '80». Chissà se il sorridente ministro Urbani avrà voglia di occuparsene.