E' un bilancio con luci e ombre quello della gestione del Palazzo dei Musei e ancora più problematica la gestione culturale degli istituti culturali statali e civici lì presenti. Su quest'ultimo punto va detto che le cose sono migliorate, ma resta tanto da fare per renderli davvero efficaci. Dal punto di vista economico il palazzo ha costi rilevanti per l'amministrazione: oltre a ospitare - gratis, grazie a una decisione di fine '800 straordinariamente importante dal punto di visto culturale - Biblioteca e Galleria estensi (di proprietà statale), adibisce i suoi spazi per i musei civici, non esageratamente costosi in sé per le attività ordinarie. I musei d'arte e archeologia quest'anno non arrivano neppure a 200mila euro, ma da questa cifra sono esclusi i 60mila euro annui del costo del parco delle terramare di Montale - che afferisce al museo archeologico - tutto il personale e i finanziamenti provenienti da altri assessorati o dalla Fondazione Crmo in occasione di ogni attività extraordinaria. Le cifre sono sostanzialmente immutate rispetto al 2008, con un taglio comunale dell'ordine dei 10mila euro totali, ma ci sono altri costi destinati a crescere dentro il palazzo. Si tratta di quelli relativi agli uffici del Festival filosofia, perché grazie a un clamoroso litigio pubblico - i motivi riguardano legittime, quanto comunque private, ambizioni professionali personali - tra i responsabili della Fondazione San Carlo Franchini e Borsari c'è stata la necessità di trovare nuovi spazi per l'ex direttrice al Palazzo dei Musei. Con una decisione improvvida - venendo ai problemi culturali - si è allora deciso di interrompere il percorso amministrativo che doveva portare alla riapertura del museo del Risorgimento ubicato in quelle sale e in occasione dei 150 anni dall'Unità d'Italia (2011) a Modena non riaprirà dunque il museo storico. La decisione è stata rinviata alla fine del restauro del Palazzo Sant'Agostino, ma la responsabile del museo del Risorgimento Francesca Piccinini non ha battuto ciglio e ha deciso di sottostare a decisioni "improvvise" che stravolgono un progetto già pubblicamente annunciato. Sempre restando ai musei diretti dalla Piccinini e dall'archeologa Ilaria Pulini sembrano esserci anche problemi di tipo "gestionale". Il presidente della sezione italiana dell'Icom, l'International council of museums legato all'Unesco, Daniele Jallà per quel che riguarda il settore museale ricorda in una recente intervista apparsa nel libro "Musei e territorio" di Silvia dell'Orso (Electa 2009, 194 pp. 22 euro) che «di tutti gli standard dei musei sono due quelli cui Icom sostiene vada dato carattere cogente: il primo è che ogni museo sia dotato di un proprio regolamento, vale a dire un sistema di norme scritte che ne individuino la missione e ne stabiliscano l'organizzazione e il funzionamento, il secondo è che vi sia un direttore». I musei civici dall'inizio dell'anno hanno un regolamento, approvato dalla giunta comunale e imprescindibile a ottenere finanziamenti regionali, ma purtroppo resta il "nodo" della direzione, l'altro standard necessario secondo l'Icom. Piccini e Pulini, dipendenti comunali, sono infatti direttrici solo di fatto, essendo in realtà le curatrici e le funzionarie di maggior grado che operano all'interno. E purtroppo non basta firmarsi, a seguito di un'inchiesta della Gazzzetta di due anni fa, "direttrici" invece di "responsabili" per esserlo davvero. Perché allora non nominare anche qui un direttore a tempo, come avviene per la Civica? Magari un direttore nei fatti e non un "superconsulente" con il titolo giusto ma troppe attività da svolgere in giro per l'Italia. George Bataille nel 1936 scrisse che "un museo senza visitatori non è un museo": bisogna naturalmente evitare di giudicare un museo solo sulla base della quantità, ma è indubbio che un servizio pubblico abbia il compito di allargare il più possibile la sua utenza, ovviamente calibrando questa necessità con la salvaguardia della qualità della proposta. Ma qui il problema non è dei civici, quanto della Civica dell'era Vettese. Numeri ridotti al lumicino e quasi la supponenza di fare mostre per pochi, raffinati esperti, per un istituto costoso e con un nutrito personale rispetto alle attività.