L'artista digitale Lev Manovich analizza gli ultimi effetti delle nuove tecnologie sulle opere Le aree emergenti più interessanti per i creativi di oggi sono quelle legate ai computer indossagli oppure ai database Può la tecnologia far contemporaneamente rima con arte, business, Hollywood e cultura? Lev Manovich, russo trapiantato in California, fra i massimi esperti di digitai media, ne è convinto. E lo documenta nel libro-progetto, «Info-Aesthetics», al quale il brillante docente di New media art alla University of California sta lavorando da qualche anno (la pubblicazione è prevista per dicembre), con l'obiettivo non dichiarato di superare, ammesso che sia possibile, il successo di critica della sua prima opera, «II linguaggio dei nuovi media» (Olivares), imprescindibile testo di riferimento per gli esperti del settore. In questa intervista rilasciata ad lfa II Sole-24 Ore Manovich esprime le sue idee sull'incontro tra arte e tecnologie della comunicazione, tema su cui verterà anche la mostra-convegno «La magia del presente» (www.primaveradelleuropa.net), che si terrà a Firenze il 7-9 maggio e vedrà fra i relatori Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan Institute, e Giovanni Degli Antoni, della Statale di Milano. Nel libro «II linguaggio dei nuovi media» lei considera la visualizzazione e la mappatura dei dati gli aspetti più interessanti da sviluppare in un discorso di arte digitale che possa essere veramente d'avanguardia. È ancora della stessa idea o ha intravisto qualche nuovo, più promettente filone d'indagine e di espressione creativa? Man mano che le tecnologie si sviluppano, migrando dai laboratori di ricerca al mercato dei consumi di massa, gli artisti cominciano a esplorarne le loro possibilità e implicazioni culturali. Quello che cerco di fare con il mio lavoro è identificare nuovi sviluppi che credo finiranno per risultare particolarmente significativi per la società e cercare di dare a questi un nome. Così ho scritto di «data visualizationdata mapping» perché questi non sono ancora riconosciuti come importanti sviluppi culturali dei nostri tempi. E pensare che sono stati alcuni dei migliori artisti digitali a elaborare le visualizzazioni di quell'immane database che è «Carnivore». Naturalmente ci sono tantissime altre aree emergenti interessanti per un artista digitale, dai sistemi di localizzazione via Gps ai wearable computer. Ma in questo momento sono ancora più interessato ad analizzare gli effetti "profondi" della computerizzazione sulle nostre vite in vari campi culturali, non solo in quello artistico. Da questo punto di vista il «data visualization e mapping» è divenuto un nuovo paradigma che nell'ultimo decennio ha trasformato in modo significativo il campo dell'architettura (almeno le espressioni più avanzate). In un capitolo di «Info-Aesthetics» studio il modo in cui architetti come Rem KoolhaasOma, Un Studio, Nox, Zara Hadid e tanti altri registrano, analizzano e mappano i flussi di informazioni per poi utilizzare i dati registrati e i diagrammi che da essi risultano per impostare la progettazione di nuovi spazi e forme architettoniche. Pensa che l'arte dei nuovi media (arte elettronicanetwork artweb art) finirà per trasformare il business che ruota attorno all'arte così come è andato sviluppandosi finora, con le sue gallerie d'arte prestigiose e i suoi facoltosi collezionisti? E in che modo, se ciò dovesse avvenire, visto che bisognerebbe migrare da opere d'arte "materiali", concrete, a opere digitali, intangibili? Non lo credo affatto. Il business dell'arte è un'economia molto particolare che si basa sulla scarsità e sull'idea di un autore che produce un numero molto limitato di lavori. Perciò trasforma automaticamente ogni creazione artistica basata sulle nuove tecnologie in modo che questa abbia le medesime caratteristiche. È già successo con la fotografia, i video, i Dvd e i new media. Così, per esempio, per quanto tutti sappiano che è molto semplice creare un numero illimitato di copie di un Dvd, l'economia dell'arte ha applicato anche in questo caso, e con grande successo, il concetto dell'"edizione limitata" alla tecnologia del Dvd; in questo modo un artista può produrre, per esempio, un'opera limitata a tre soli Dvd, ognuno dei quali è acquistabile ad altissimo prezzo. Lei ha affermato di essere interessato alle possibilità offerte dal "libro multimediale". Crede che, prima o poi, gli e-book conquisteranno sufficiente attenzione e un numero di lettori adeguato per divenire un fenomeno interessante? Credo che lentamente stia già avvenendo; per esempio in Giappone i teenager sono ormai abbastanza abituati a leggere romanzi sugli schermi dei loro cellulari. E considerato il tempo che ormai trascorriamo, anche noi accademici, a leggere e-mail, newsletter elettroniche e informazioni sui siti Web, mi sento di affermare che gli e-book sono già qui fra noi. La globalizzazione applicata ai nuovi media è in grado secondo lei di offrire, o sta già offrendo, nuove opportunità di autoespressione e di business creativo anche a chi vive in Paesi in via di sviluppo come la Cina, l'India, il Suda-frica? Non definirei più la Cina, l'India e il Sudafrica Paesi in via di sviluppo, dal momento che vantano ormai un gran numero di esperti professionisti nell'It così come in altri campi. Negli Usa si parla molto in questo momento di "outsourcing" di posti di lavoro nell'hi-tech che vengono eliminati qui da noi per essere invece creati in India, Russia e altri Paesi. Ma c'è una bella differenza tra programmare software e fornire supporto tecnico da un lato e, dall'altro, invece, lavorare in aziende creative dove non ci sono regole se non quella di innovare costantemente e allo stesso tempo di fare propria la sensibilità culturale emergente. Per fare quest'ultimo tipo di attività sembra sia ancora necessario avere la base in una di quelle capitali globali dove viene imbastita e cucita la cultura globale. L'altro giorno stavo mostrando i portfolio dei designer i cui nomi appaiono su un sito Web che raggruppa le cinquanta migliori agenzie di design del mondo: non ricordo di aver visto nemmeno un'agenzia in questa classifica che fosse localizzata in Cina, India o Sudafrica. Perlomeno non ancora.
Se arte fa rima con hi-tech
Lev Manovich, esperto di digitai media, analizza gli effetti delle nuove tecnologie sulle opere d'arte. Secondo di lui, la tecnologia può far contemporaneamente rima con arte, business, Hollywood e cultura. Manovich lavora al libro-progetto "Info-Aesthetics" e studia il modo in cui la tecnologia sta trasformando il campo dell'architettura. Egli considera la visualizzazione e la mappatura dei dati gli aspetti più interessanti da sviluppare in un discorso di arte digitale. Manovich crede che la tecnologia possa trasformare il business dell'arte, ma non lo crede per il fatto che l'economia dell'arte si basa sulla scarsità e sull'idea di un autore che produce un numero molto limitato di lavori.
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