Facciamo del Pan il museo della canzone Ferdinando Villevieille Bideri napolifondazionebideri.it Mi inserisco nel dibattito sulla destinazione del Pan, aperto con saggia verve polemica da Daniele Pitteri e proseguito con lucidità da Giulio Baffi. Intervengo perché sono convinto che "Repubblica" abbia aperto una discussione preziosa, soprattutto se tutti saremo capaci di imboccare la via propositiva piuttosto che quella polemica. Aprire il Palazzo delle Arti di Napoli vuol dire, anche e soprattutto, mettere la città dentro il Palazzo delle Arti di Napoli. Altri, più qualificati, potranno dire se è il caso di insistere sull'arte contemporanea napoletana o no, terreno sul quale già opera brillantemente il Madre. A me, come presidente della Fondazione Bideri e discendente di una dinastia che ha editato i più importanti successi della canzone napoletana, da "O sole mio" in poi e che ha dato alla nostra città anche il primato, purtroppo spesso ignorato o dimenticato, di aver pubblicato per primi sulla "Tavola Rotonda" il manifesto del futurismo anticipando Parigi, interessa ipotizzare che il Pan possa riempire il buco nero della memoria rimossa. Baffi ricorda collezioni e fondi, alcuni già a disposizione delle istituzioni, e altri ancora se ne potrebbero citare. Ora, se il problema del Pan è un problema di identità e se, come ho letto e da più parti sentito, a Madrid i turisti trovano il flamenco, a Lisbona il fado e a Napoli niente, ritengo questo dato il punto di partenza per una discussione propositiva. Più che una proposta la mia vuole essere una domanda, il tentativo di aprire un dibattito: può essere il Pan la prestigiosa sede del museo della canzone napoletana? Lo dico quale presidente di una Fondazione che a tal fine, da tempo, cerca e trova interesse e disponibilità da parte delle istituzioni, anche se il progetto resta "tra color che son sospesi". Allora, perché non il Pan? La Fondazione Bideri detiene beni, memorabilia, documenti e materiali che, integrati con le collezioni pubbliche, potrebbero essere accolti al Pan e gestiti da una fondazione mista, pubblico-privata, che dia a Napoli quel museo della melodia perduta e ritrovata, sicuro attrattore turistico e volano economico e occupazionale, punto di riferimento per studiosi e tesisti, centro di documentazione indispensabile da collegare con le rarissime altre istituzioni attive sul campo, come "l'Archivio storico della canzone napoletana" e non solo in Italia, ma anche all'estero dove la nostra canzone, e non vuole essere polemica, gode di maggior dignità e protezione. Parliamone: un bookshop dedicato alla canzone napoletana al centro della città; una sala dove proporre a turisti e cittadini spettacoli rievocativi dell'epoca d'oro della canzone napoletana, dove rendere omaggio, di volta in volta, come in un affascinante percorso nella nostra memoria, a un autore, interprete, musicista, a chi ha contribuito a portare la nostra città nel mondo? non potrebbe essere un segnale, questo sì, di identità chiara e forte per il Pan e per la città? La battaglia perché l'Unesco accetti la proposta di considerare la canzone napoletana patrimonio dell'umanità è sacrosanta e importante, ma a noi tocca ancora vincere la battaglia affinché Napoli e l'Italia tutta considerino la nostra tradizione melodica un giacimento culturale. Un museo, un progetto concreto e non faraonico da realizzare velocemente e non solo da annunciare, potrebbe rappresentare un segnale importante. E sia chiaro che non si tratta di creare un altro doppione con il nascituro museo della musica di San Domenico, fortemente voluto con brillante intuizione dall'assessore regionale Velardi, dove dovrebbero trovare casa i geni della musica classica come Cimarosa, Scarlatti, Pergolesi e mille altri, quanto di immaginare un percorso che coniughi e completi, con Bovio e Caruso, Di Giacomo e Viviani, Murolo e Bruni, Pino Daniele e gli Almamegretta, l'offerta di una città capace di tale caleidoscopio musicale. Ma al museo vanno le opere immobili Tony Stefanucci tonystefanuccilibero.it Che al Pan ci sia un lacunoso disorientamento sui compiti d'istituto è ormai chiaro a tutti. Nacque come, non meglio identificato, centro di documentazione per le arti visive. Fortemente contestato dagli artisti napoletani che speravano da sempre che il Comune di Napoli volesse onorarli dandogli una "casa" in Palazzo Roccella. Non ho mai capito, ma credo non lo abbia mai capito nessuno, perché le nostre Amministrazioni si ostinino affannosamente a cancellare l'ultimo mezzo secolo di attività artistica napoletana. Ma tant'è, inspiegabilmente è così. Fortunatamente alcuni attenti storici, Corbi, la Picone, Bignardi, ci hanno reso almeno storicamente giustizia. In questo disorientante dilemma di identità e destinazione, ogni tanto si accende la lampadina in testa a qualcuno per suggerire qualche insospettabile quanto inattesa soluzione; niente da eccepire sulla nobiltà dell'intento, ma mi viene spontanea una riflessione metodologica sulle peculiarità e la destinazione dei linguaggi artistici. La museificazione, cioè la sistemazione contro il muro o al centro di una stanza di un grande e complesso edificio che chiamasi "Museo", è la destinazione naturale di opere di pittura o di scultura le cui caratteristiche peculiari sono la staticità, l'immobilità, nascono su supporti immobili: muri, soffitti, blocchi di pietra, bronzi; il più mobile dei supporti è la tela, ma finisce sempre contro un muro. La musica è una di quelle arti che se non venisse eseguita e ascoltata sarebbe solo, per i destinatari, una massa di arcani incomprensibili segni su altrettanti misteriosi supporti cartacei. Lo spettacolo, quello teatrale che è matrice e madre di tutti gli altri succedanei, è la forma d'arte più complessa che ci sia e non lo si può attribuire a nessuno in particolare, ma a tutta la compagine che lo realizza. È una forma d'arte suicida: si realizza e muore, si distrugge nel momento stesso che si esegue e svanisce al calar del sipario. E che ci metti contro il muro? Un museo dello spettacolo rischierebbe di essere o meglio sarebbe uno squallido cimitero di feticistiche "perecoglie" scorie di "?quella pira l'orrendo fuoco!" che è lo spettacolo. Mi viene in mente, per chiudere, un famoso incontro avvenuto tra due grandi vecchi su un palcoscenico napoletano alla fine di uno spettacolo: Emilio Notte va a omaggiare Eduardo De Filippo; dopo vari reciproci apprezzamenti, complimenti e convenevoli, Eduardo De Filippo concluse "?caro maestro, Lei per fare arte si siede dietro un cavalletto e dipinge una bella tela che poi magari andrà in un museo, io per fare arte posso solo portare in giro la mia faccia".
Napoli. Lettere sul destino del Pan
Il presidente della Fondazione Bideri, Ferdinando Villevieille, si unisce al dibattito sulla destinazione del Palazzo delle Arti di Napoli (Pan) e propone di trasformarlo in un museo della canzone napoletana. Villevieille sostiene che il Pan potrebbe essere il luogo ideale per esporre le memorabilia e i documenti della canzone napoletana, che sono detenuti dalla Fondazione Bideri. Il presidente della Fondazione Bideri sostiene che il museo potrebbe essere un segnale importante per la città e per l'Italia, e che potrebbe rappresentare un'opportunità per promuovere la canzone napoletana e la sua cultura.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo