Nella fiducia che la crescita economica sia fondamentalmente sostenuta dal mercato immobiliare e dalla sua ripresa, e per conseguenza dalla ripresa dellattività edilizia, si vengono varando in Italia provvedimenti legislativi - ora sostenuti dalle Regioni, ma prossimamente oggetto di quellintervento governativo più volte anticipato e non ancora giunto a conclusione - che dovrebbero stimolarne lavvio. Si promuove cioè, in tempo di crisi dei consumi, un processo tendente a stabilizzare e immobilizzare la rendita finanziaria; un processo che, nellassorbire una parte consistente del residuo risparmio delle famiglie, lo radicherà per un tempo più o meno lungo nellimmobilizzazione classica del capitale destinato a rendita passiva. In tal modo, poiché almeno una parte di tale processo si sosterrà con il ricorso alle banche, ecco trovato anche un buon sistema per riversarvi una quota di liquidità sempre gradita. Non sembra invece, per la verità, che tale procedura possa effettivamente promuovere un riavvio della dinamica economica, se non limitatamente allarco di tempo relativo allimpiego stesso dei capitali occorrenti per ledificazione: una volta realizzati, glimmobili passano ad altro regime, peraltro non privo di gravi incertezze, comè dimostrato dallattuale crisi degli affitti. E inoltre, nel caso di uso proprio, il ciclo si chiude anche prima. Appare insomma sempre più evidente che lattività edilizia, invece di essere un motore dello sviluppo, tenda sempre più a seguirlo e accompagnarlo, rivelando peraltro per prima le ragioni di crisi, laddove il calo del sistema dei consumi non ne sostiene più la domanda. È ciò che è accaduto negli Stati Uniti, dove la crisi ha assunto rapidamente il carattere del fenomeno a cascata che abbiamo ben conosciuto, proprio perché il sistema dei consumi non ha retto il conseguente forte indebitamento che esso stesso aveva provocato. La crisi immobiliare che ne è derivata è stata piuttosto determinata dalla stretta che anche lultima spiaggia dellimpiego del risparmio (ledilizia, appunto) ha dovuto subire, per il contrarsi improvviso della liquidità. Peraltro appare alquanto singolare, per non dire patetico, che in tempi di crisi si ricorra sostanzialmente a questa specie di appello al credito familiare, affinché dia una mano per uscirne, mentre salari e pensioni restano sostanzialmente fermi. In una concezione economica banale, come quella "del buon padre di famiglia", in queste condizioni, un tale appello sembra destinato a rimanere sostanzialmente disatteso, come fu in gran parte con le cartolarizzazioni. A meno che a meno che la procedura avviata, nel rivolgersi apparentemente al mercato delle villette e dei piccoli condomini, non intenda mettere in moto un meccanismo molto più ampio, che vedrebbe in primo piano le imprese edili quali finanziatrici a part-time delle operazioni consentite dalle nuove norme, inducendo così anche parte del capitale di rischio nella vicenda. Si tratterebbe così, e per così dire, di un rischio "calcolato", a reddito certo, ancorché minore di quello della tradizionale impresa di costruzioni che, appunto, finora "costruiva-e-vendeva". Cè da attendersi, a questo punto, un positivo risultato? Fermo restando che lincremento del costruito negli stessi luoghi nei quali esso si è finora insediato non è un bellesempio di oculatezza amministrativa e urbanistica - trattandosi invece di promuovere con ogni mezzo i processi di decongestionamento, soprattutto delle fasce costiere, e provvedere invece alla necessaria integrazione di infrastrutture e servizi - appare già evidente che la legge proposta si avvia a diventare un pericoloso bluff. Un bluff, perché essa inciderà solo marginalmente sui fattori di crisi; pericoloso, perché pur nella sua incidenza economica modesta produrrà una riconferma insediativa che è allopposto di quanto un moderno e responsabile processo urbanistico debba proporsi. Il sistema delle garanzie messo in campo dalla legge campana, ad esempio, non è infatti, in generale, in discussione, salvo le ovvie capacità e volontà di controllo, sempre piuttosto incerte dalle nostre parti. Ma ci si chiede: si ritiene davvero che tale confezione normativa produca effetti positivi per il nostro territorio, già afflitto da una densità abitativa abnorme? Che essa servirà ad abolire le occupazioni di suolo pubblico operate a man salva in grandi e piccoli centri urbani? Si ritiene davvero che la riqualificazione edilizia possa farsi "senza consumare altro suolo", cioè senza essere almeno in parte riqualificazione urbanistica? E ciò non è forse un incentivo alle soprelevazioni, già così invasive e tecnicamente dubbie (vedi la legge sui "controtetti termici")? E quali condizioni particolari sono dettate a chi volesse demolire e ricostruire, dato che ciò potrebbe utilmente avvenire quasi solo in presenza di unedilizia obsoleta e fatiscente, ma non necessariamente priva dinteresse ambientale, ancorché non normato? Chi stabilisce, e sulla base di quali parametri, che la tale edilizia sia "priva di qualità"? Non sarebbe stato preferibile, se non addirittura necessario, avviare una legge che ponesse mano a una migliore articolazione particolare della legge 45778, su base nazionale e regionale, per la riqualificazione dei centri urbani? E ancora, oltre al fascicolo del fabbricato, di cui bisognerà evitare il rischio dincostituzionalità, già presentatosi, qual è il contesto di nuove e più approfondite conoscenze del patrimonio edilizio che la Pubblica amministrazione si accinge a promuovere in accompagnamento di tale normativa? Sarà opportuno che il Consiglio campano, per la nostra regione, e le commissioni parlamentari per la legge dello Stato, se e quando si vorrà vararla, si attrezzino per rispondere almeno ad alcune delle osservazioni finora da più parti avanzate sullargomento. Diversamente lincremento edilizio potrà configurarsi come un altro grave colpo dato alla struttura del paesaggio italiano, di cui con dati drammatici si è parlato nel convegno recentemente promosso dalla fondazione Napoli 99.