Restò a Milano per una manciata di giorni, ma fu sufficiente a lasciare il segno. Non è difficile immaginarselo. Un Giotto ormai sessantenne intento a dirigere, dall'alto di un'impalcatura, i lavori d'affresco del palazzo che Azzone Visconti possedeva in centro città. Sotto di lui, con il naso all'insù, drappelli di giovani artisti seguivano attenti ogni istruzione del maestro, venuto da Firenze nel 1335 con il suo seguito di discepoli. Ascoltavano, prendevano appunti, annotavano astuzie tecniche e copiavano dettagli di stile; come il modo di "gettare " le ombre, di tracciare una prospettiva o di rendere un volto il più espressivo possibile. Una lezione, a cantiere aperto, piuttosto importante, visto che nei secoli il ciclo giottesco commissionato da Azzone svanì nel nulla insieme a tutto l'edificio, e toccò a quegli allievi occasionali applicare i suoi geniali insegnamenti nelle fabbriche di cui diressero l'opera. Nella chiesa di San Gottardo in Corte, per esempio, nell'abbazia di Viboldone o, soprattutto, a Chiaravalle. Proprio qui, immersi nel silenzio dei riti cistercensi, operarono a distanza di un decennio l'uno dall'altro (fra il 1340 e il 1350) due autori la cui identità rappresenta un vero rompicapo per gli storici del settore. Entrambi aggiornati sulle novità della figurazione toscana, i cosiddetti «maestri di Chiaravalle» rivelano indoli diverse. Personalità ricche di lati oscuri che oggi, grazie ai lavori di restauro in corso da circa un anno nel tiburio dell'abbazia, scoprono caratteristiche inedite, utili per nuove ricerche. Promosso dalla Soprintendenza per il patrimonio storico e artistico di Milano, il ripristino dei 450 metri quadrati di affreschi della cupola, alta 28 metri -che richiederà ancora due anni d'interventi e circa 380mila euro di spesa - ha già mostrato i primi frutti. Le figure di San Marco e San Matteo, inserite in grandi riquadri al di sopra del tamburo, si ritagliano adesso, con le loro capigliature alla moda e le vesti raffinate, sullo sfondo, un tempo blu cobalto, di un cielo che piove dalla base della lanterna e inonda di stelle, originariamente d'oro e d'argento, tutta la rappresentazione, sino alle Storie della Vergine. Ispirate al racconto della Legenda aurea, queste storie, dall'Annuncio della morte di Maria alla sua Glorificazione, attribuite alla mano del secondo maestro di Chiaravalle, si pensa oggi siano opera di Stefano Fiorentino, uno dei migliori allievi di Giotto, migrato a Milano in seguito alla peste nera del 1348 e, a detta di Vasari, abilissimo nel «dipingere dolce e molto unito». Come spiegano Sandrina Bandera, storica dell'arte della Soprintendenza, e l'equipe di tecnici della Ditta Nicola Restauri di Asti, «ripristinare l'intervento di quest'autore significa far luce sulla sua vicenda, la sua formazione e sui trucchi preferiti del mestiere». Ma anzitutto significa raccontare una storia di reciproche influenze, che lo vide confrontarsi con il collega più anziano e formulare un linguaggio armonico, diviso fra genio giottesco e realismo lombardo. Sono le sue stesse figure a confidare la magia di uno stile d'avanguardia fortemente gotico. Spogliati, col tempo, dei loro abiti ricercati (dipinti a secco e perciò svaniti), i personaggi di Stefano sono splendide anime "in sottoveste": dalle espressioni intense, i gesti drammatici e un gusto impeccabile per le mise più in voga del Trecento milanese.
C'è qualcosa di Giotto sui muri di Chiaravalle
Un gruppo di artisti, tra cui Stefano Fiorentino, un allievo di Giotto, lavorarono a Milano nel 1340-1350. Questi artisti, noti come i maestri di Chiaravalle, applicarono gli insegnamenti di Giotto alle fabbriche di Chiaravalle. I loro lavori, che includono affreschi e storie della Vergine, sono stati restaurati a Milano. Il ripristino dei 450 metri quadrati di affreschi della cupola della chiesa di Chiaravalle ha rivelato nuove caratteristiche e tecniche utili per nuove ricerche. I lavori, promossi dalla Soprintendenza per il patrimonio storico e artistico di Milano, richiederanno ancora due anni e circa 380mila euro di spesa.
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