«Questa bellissima Biennale è un tassello della mia rivoluzione. La rivoluzione della libertà. Libertà di esprimersi senza gabbie estetiche, politiche, ideologiche. Non tocca certo a me stabilire cosa sia il Bello; a me tocca far sì che gli artisti italiani, i talenti, i giovani siano liberi di cercarlo. Non ha più senso parlare di egemonia della sinistra sulla cultura, sia perché i più grandi intellettuali del Novecento da Pirandello a Baget-Bozzo non erano di sinistra, sia perché questa distinzione non ha più senso. Tanto più oggi, alla vigilia di un risultato politico storico...». Sandro Bondi alla Biennale è felice. Abbronzato, persino. Sottobraccio a Manuela Ravetto in tailleur bianco, accompagnato dal consigliere Angelo Crespi con cappello color crema, marcato stretto da critici e artisti che sbucano da ogni parte per omaggiarlo e dal presidente Paolo Baratta («Ha visto ministro, la accolgono con le campane!»). «Ma chi non è felice a Venezia? Ho appena visto il ministro della Cultura russo: salutava tutti con la mano, era contento come un bambino. Il ministro francese, pure. Entrambi entusiasti della Biennale. Quanto a me, dice Bondi, sono soddisfatto della mia intuizione: il ritorno del padiglione Italia. Mancava dal '95, l'anno scorso qui c'erano due soli artisti italiani. Ora invece vedo che i due curatori, Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, hanno puntato sull'identità nazionale. Chia ha echi futuristi, Galliano evoca Segantini, Cingolani dipinge l'Immacolata Concezione, Pignatelli si ispira alla battaglia di Lepanto... Le polemiche di questi giorni sono pregiudizi da vecchia Italia, di chi critica senza vedere. Poi, qui fuori, l'omaggio a Pietro Cascella. A Berlusconi questa Biennale piacerebbe molto». Scoppia un acquazzone, il grande teatro della Biennale ne viene scompaginato, Bondi fugge via con Cacciari e la Ravetto inseguito da altri critici e artisti, si rifugia in motoscafo. «Fu Cascella, che aveva comprato un castello vicino a Fivizzano, il paese di cui ero sindaco, a farmi incontrare Berlusconi. Era l'89, e Cascella mi portò con sé ad Arcore. Era un uomo di sinistra e non era un artista figurativo, si ispirava agli inca e agli egizi, ma tra i tanti Berlusconi aveva scelto lui. Quel giorno il presidente mi regalò una biografia di Hitler con dedica. "A Sandro Bondi, cultore dell'utopia, un libro sull'utopia perversa ». A chiedergli del caso Noemi, Bondi palesa come una sofferenza fisica. «A Ballarò non sono andato volentieri, mi sentivo come sradicato, ma avvertivo il dovere di difendere Berlusconi. Proprio perché lo conosco. Avrei voluto dire che il rapporto con questa ragazza era pulito. Invece mi è uscita quell'altra parola, purezza. Io in Sardegna vado ogni anno, e sempre per lavorare; perché Berlusconi lavora sempre, non c'è distinzione tra lavoro e vacanza, si porta là i primi ministri stranieri, le carte, il dossier. E poi c'è sempre un sacco di gente: se uno ha altre intenzioni invita una persona sola, non cinquanta! Franceschini è stato una grande delusione. Lo pensavo un moderato, come me. Ha sbagliato tutto, e la pagherà amaramente». «Si profila un risultato mai visto, molto diverso da come lo si attende. La sinistra terrà più nel voto nazionale che in quello locale. Ci sarà uno smottamento anche nelle regioni un tempo rosse. ll Pd ha fallito l'ultimo appuntamento, e non sarà certo D'Alema a salvarlo: ha perso tutte le occasioni, non è più il nostro interlocutore. La sinistra perderà voti sul terreno sociale a vantaggio della Lega, e su quello estremista a vantaggio di Di Pietro. E credo ci saranno altre scissioni». Non stima nessuno dall'altra parte? «Con Rutelli, il mio predecessore, il rapporto è ottimo. Come con Cacciari, con cui abbiamo appena trovato l'accordo per la mostra del cinema. Il miglior uomo del centrosinistra; sul piano politico e personale, è Enrico Letta. Ma lasciamo perdere, se no lo danneggio. Avrebbero bisogno di un Berlusconi di sinistra, o almeno di un Blair. Ma all'orizzonte non lo vedo». E nel centrodestra? Tremonti? «E' molto cresciuto politicamente». Fini? «E' una ricchezza per noi, ma non dovrebbe recepire gli schemi culturali altrui senza sottoporli a critica» Con Lombardo lei è stato duro. «Il Pdl è un grande partito nazionale, e non può delegare il Nord a Bossi e il Sud a Lombardo. Con la differenza che la Lega è portatrice di una forza positiva, Lombardo, no». - Il motoscafo arriva alla Ca' d'oro, dove Bondi è atteso da un'altra mostra. «Il nostro compito è far sì che la cultura italiana spezzi le vecchie barriere e vada verso il grande futuro che merita. Non voglio conoscere l'orientamento politico degli artisti, queste categorie appartengono al passato. Pirandello era un artista di destra? Ma no, era un grande artista». Davvero Baget-Bozzo ha lasciato un vuoto così vasto? «Lo chieda a Cacciari, che lo stimava moltissimo. Intitolerò a don Gianni la scuola di Gubbio». E Berlusconi, come sta? Ha sofferto anche lui in questi giorni? «La capacità di resistenza di Berlusconi mi sorprende ogni volta. Lei ricorda gli indagati di Tangentopoli, i dimagriti, i malati? Sono morti tutti di infarto o di tumore; e non avevano passato un millesimo di quanto hanno fatto passare a Berlusconi in quindici anni. Lui trascende le contingenze e le categorie, vale anche per Berlusconi quel che dicevo di Pirandello: non è affatto un uomo di destra, è oltre. In tanti si pongono il problema del dopo-Berlusconi. Io no. Dopo Berlusconi, cioè tra moltissimi anni, io non ci sarò. Non farò più politica, o magari sì visto che stiamo lavorando a un partito in grado di durare, e credo di aver avuto un ruolo nel formare la nuova classe dirigente: la Gelmini, Alfano, Fitto, e pure la Carfagna. Ma, senza di lui, nulla sarebbe più come prima».