La cultura della destra si rifà il trucco, il sindaco non ci sta. Ma è mero interesse di bottega Venezia nostro servizio La Cinquantatreesima edizione della Biennale di Venezia si apre all'insegna delle polemiche. Non che sia una novità ma questa volta ci che colpisce è la grande sproporzione fra il vigore polemico dei protagonisti e la reale portata delle loro argomentazioni e delle loro scelte. Tanto che qualcuno molto opportunamente ha rispolverato Flaiano e la sua lapidaria battuta: «la situazione è grave ma non è seria». Ma procediamo con ordine. La novità principale di questa edizione della Biennale, pi che la nomina del giovane e brillante nuovo direttore, Daniel Birnbaum, al Museo Pinault alla Dogana e alle numerose manifestazioni culturali collaterali, è sicuramente la rinascita in pompa magna del Padiglione Italia. Si tratta di un'operazione fortemente voluta dal governo per rilanciare la grandeur del nuovo corso culturale di una destra, rinvigorita dai consensi plebiscitari che, secondo i sondaggi (Noemi a parte), circonderebbe le sue scelte. E' proprio rivolgendosi a questo quadro di riferimento apparentemente granitico che Luca Beatrice, scelto dal ministro per curare, insieme a Beatrice Buscaroli, la mostra di apertura del nuovo Padiglione Italia (ricollocato all'Arsenale), si è fatto prendere la mano. Si capisce la soddisfazione di questa nomina caduta dal cielo ma, francamente, dichiarare sic et simpliciter che il Padiglione Italia è figlio del governo di destra e che l'egemonia culturale della sinistra è definitivamente tramontata è cosa per lo meno irrituale per un critico (abbastanza) giovane, alla sua massima occasione pubblica. La sicumera delle argomentazioni di Beatrice appare ancora pi avventata se si pensa che la selezione di artisti da lui operata, insieme alla sua compagna di fatiche, non esprime sicuramente una carica innovativa capace di rappresentare una svolta nella storia dell'arte italiana, essendo molto pi prevedibilmente e modestamente orientata a valorizzare dei suoi affezionati, diciamo così, interlocutori. Per cui ancora una volta le scelte esprimono gusti e interessi del curatore e dei suoi alleati e non certo, nemmeno in parte modesta, corrispondono allo specchio dei valori in campo. E fino a qui tutto nella norma, solo che in genere non si attribuisce a queste modeste operazioni di scuderia alcun valore politico, come ha fatto invece il coraggioso Beatrice. Queste posizioni, insieme alla prevedibilità di scelte neofigurative diciamo così domestiche, hanno suscitato comprensibili reazioni. E persino Giancarlo Politi, direttore di Flash Art e autorevolissimo osservatore delle cose d'arte non esattamente di formazione marxista, è stato costretto a osservare: «non capisco perché Luca abbia voluto politicizzare e ideologizzare una scelta che politica invece non è, in quanto entrambi i curatori (...) hanno portato a Venezia (quasi tutti) gli artisti che sono stati loro compagni di strada». . Niente politica, quindi, e allora perché scomodare la politica? L'idea straordinaria, poi, di dedicare la mostra al Futurismo Collaudi 1909-2009. Omaggio a Filippo Tommaso Martinetti messa in campo dai due Beatrice non ha sicuramente incrementato il già basso livello di originalità delle proposte. Siamo proprio curiosi di sapere che cosa la destra culturale potrà rievocare, quando questo centenario marinettiano ce lo saremo messo alle spalle (a parte la Sarfatti naturalmente). Fin qui le azioni dei Beatrice. Poi vengono le reazioni del Comune di Venezia e del Sindaco Cacciari, il quale con la collaborazione della Fondazione Musei civici ha organizzato in quattro e quattr'otto una specie di contropadiglione Italia a Ca' Pesaro, anche se poi ha provveduto a diluire il valore polemico di questa scelta da politico scaltro e avveduto quale è. E così sono scesi in campo dieci artisti ribelli, guidati dal giovane curatore Milovan Farronato, che hanno messo in piedi una contro mostra intitolata non a caso Non voltarti adesso. Come forse si sarà capito non ci convincono le azioni ma nemmeno le reazioni. Ci sembra piuttosto di poter affermare, al di fuori di ogni posizione di parte, che occasioni internazionali come quella rappresentata dalla Biennale di Venezia non dovrebbero essere oggetto di strumentalizzazioni di così basso profilo che, oltretutto, non riescono a celare, neanche un po', banalissimi interessi di bottega. A Luca Beatrice forse è il caso di ricordare che la crisi non coinvolge solo la sinistra e che i consensi elettorali non coincidono esattamente con gli interessi del paese e della cultura. Anche Mussolini riempiva le piazze.
Venezia Biennale. Querelle Pd-Pdl, tra un'opera e l'altra Cacciari organizza una contro-mostra
La 53ª edizione della Biennale di Venezia si apre con polemiche e una grande sproporzione tra il vigore polemico dei protagonisti e la reale portata delle loro argomentazioni. La novità principale è la rinascita in pompa magna del Padiglione Italia, voluta dal governo per rilanciare la grandeur del nuovo corso culturale di una destra rinvigorita. Il curatore Luca Beatrice ha dichiarato che il Padiglione Italia è figlio del governo di destra e che l'egemonia culturale della sinistra è definitivamente tramontata. Le scelte di Beatrice e della sua compagna di fatiche non esprimono una carica innovativa e sono molto prevedibili e orientate a valorizzare i loro affezionati interlocutori.
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