BIENNALE - All'Arsenale i «Collaudi» di Beatrice Buscaroli Hanno dovuto difendersi e non hanno lesinato attacchi. La coppia curatoriale, che per brevità va sotto il nome di BB (Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli), fiore all'occhiello del ministro Bondi che oggi sarà in Laguna per tagliare il nastro al padiglione nazionale, adesso è alla prova del nove. La mostra Collaudi, con un sottofondo di omaggio al Futurismo, ormai è aperta e non ci sarà più tempo per critiche preventive in assenza di opere. All'Arsenale, in uno spazio raddoppiato che passa a milleottocento metri quadri affacciandosi anche sull'adiacente Giardino delle Vergini, la collettiva che rappresenta l'Italia è in realtà un ring. Installazioni e opere che fanno a pugni l'una con l'altra (qualche gancio destro colpisce anche l'occhio del visitatore), cercando di andare incontro ai fasti chiassosi di Marinetti e di sprigionare le energie selvagge della Transavanguardia. Il risultato? Una miscela che «nel costante riferimento a un patrimonio implicito nel nostro dna» - come scrive in catalogo Luca Beatrice - non disdegna l'ipermanierismo, le derive kitsch e la (finta) provocazione. Sono tanti gli artisti invitati e in mezzo al mare delle proposte per la maggior parte figurative («Birnbaum proviene da un mondo protestante e iconoclasta, noi no», tengono a specificare i curatori) vince il teatro d'operetta. Se Gianmarco Montesano lo fa smaccatamente, piazzando in bella vista la sua ritrattistica di un'epoca e di un paese grottesco, altri ci arrivano da strade diverse e senza la necessaria consapevolezza. Al padiglione Italia, spiace dirlo, ci sono lavori bruttissimi, come non se ne vedevano da anni. L'unicorno con i cristalli Swarovski incastonati su maglia di ferro di Nicola Bolla o le nostalgie futuriste di Manfredi Beninati, passando per l'uomo di legno di Aron Demetz e i puzzle cromatici di Davide Nido procurano un'indigestione anche agli stomaci più forti. Lo sguardo d'insieme è quasi imbarazzante, da stand di fiera. Poi, in quella confusione che non «collauda» granché oltre al cattivo gusto di cui è protagonista indiscusso Nicola Verlato, ci si aggrappa a qualche isola felice. La caduta degli dei di Matteo Basilé (nipote fuori rotta di quel Pietro Cascella scultore amatissimo da Bondi e autore del mausoleo di Berlusconi cui è dedicato un omaggio) presenta, in una serie di surreali stampe fotografiche, un mondo da day after attraversato da un'umanità che lo interroga. Poco più in là, c'è una bambina che si diverte a salire e scendere da una sedia. È un'esile figurina animata da Valerio Berruti (classe 1977). La sua è una pittura applicata alla carta da pacchi e resa dinamica in forma di cartoon, con una colonna sonora speciale composta da Paolo Conte. È invece in lotta con i flutti del mare Sonia Bergamasco nel video dei Masbedo, con musica dei Marlene Kuntz. Qualcosa la àncora nelle profondità, ma lei si svincola dalla trappola acquatica. E se Sissi - vincente la sua scelta di essere nello spazio antistante il padiglione, in beata solitudine - mostra i suoi «fossili» emotivi ingabbiati in una voliera metallica, Elisa Sighicelli fa implodere i fuochi d'artificio spegnendo la festa per tutti. In un'Italia così involgarita, c'era davvero bisogno di ribadire lo stato delle cose? Si esce dal padiglione con una nostalgia retrò dei «poveristi» di un tempo e la mente corre veloce verso alcuni paragoni irriverenti: l'eleganza sfocata del padiglione polacco di Krzystof Wodiczko, l'intensità di quello olandese con Fiona Tan, la classificazione fisica ed emotiva, umana e disumana, di Peter Forgacs per l'Ungheria. E il bel film di Steve McQueen (Inghilterra) sul dopo-evento che desertifica la Biennale e la riprende quale terra desolata fuori da inaugurazioni e eventi, luogo thriller e perturbante. Lì, si raccontano storie.