Lo skyline di Venezia è cambiato. Nonostante i venti di crisi che hanno investito anche la Biennale, portando al rincaro del biglietto da quindici a diciotto euro fra le polemiche (il taglio è di almeno un milione di euro, tanto che è stato chiesto agli artisti più celebri di contribuire alle spese e sono in molti ad essersi pagati la produzione delle opere), alcuni grandi progetti che aleggiavano da anni intorno alla Laguna vengono inaugurati proprio in questi giorni e sono destinati a rendere stabile, in città, la fruizione dell'arte contemporanea. A Punta della Dogana, in quel triangolo dove venivano daziate le merci marittime, crocevia di antichi traffici che affondano le loro radici nel '400, il magnate François Pinault vede nascere oggi la sua creatura, dopo aver sbaragliato i concorrenti più agguerriti, aver blindato i lavori per mesi e scoperto le carte in tavola proprio durante le ore del vernissage della Biennale. È un polo espositivo firmato dall'archistar giapponese Tadao Ando che si candida a un gemellaggio stretto con l'altro «territorio» conquistato - Palazzo Grassi - fin dalla sua prima mostra: una selezione della collezione Pinault allestita in un percorso guidato da Francesco Bonami e Alison Gingeras. Ando ha mirato a riscoprire la morfologia originaria del luogo, ripristinando le volumetrie perdute, le pareti di mattoni e le capriate, miscelando poi il tutto con materiali moderni, come il cemento armato e l'acciaio. E se lì, nel nuovo museo, vige la regola del patron francese che sponsorizza la «sua» arte, non molto lontano, lungo le Fondamenta delle Zattere, ai Magazzini del Sale dati in concessione dal comune per trent'anni, ci si può invece tuffare nel mondo di un veneziano doc come Emilio Vedova. La Fondazione, nata nel nome dell'artista scomparso nel 2006 (che in questi depositi aveva scelto di lavorare negli ultimi decenni della sua vita) è stata allestita come un set dinamico da Renzo Piano. Con un intervento minimal che ha lasciato alla luce l'interpretazione degli spazi, smaterializzandoli, Piano ha reso omaggio all'artista - conosciuto più profondamente grazie alla collaborazione per il Prometeo musicato da Luigi Nono - reinventando un congegno meccanico (Vedova utilizzava delle semplici carrucole) che fa entrare in scena le opere con una cadenza temporale programmabile. Un colpo di teatro che ha chiesto un enorme sforzo finanziario, non disdegnato da privati e banche, segno che l'arte ancora ha un suo bacino di espansione. Con il suo curatore scientifico Germano Celant, la Fondazione Vedova guarda al futuro: tra i dischi e i tondi della produzione più recente del maestro, si immagina un centro di restauro permanente e un'attività espositiva che supporti i giovani talenti. Fra le novità lagunari, va considerata anche la riapertura del secondo piano di Ca' Pesaro. Questa volta a fare notizia non è il «contenitore» architettonico, ma il «suo» contenuto. È successo, infatti, che in quelle stanze siano stati invitati, da Milovan Farronato, alcuni artisti italiani come fosse un Salon de Refusés (da Liliana Moro a Luca Trevisani fino a Flavio Favelli e al blasonatissimo Nico Vascellari). Come sponsor dell'iniziativa anti-padiglione Italia (quello curato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, che ha avuto fin dall'inizio vita difficile sia perché intitolato maldestramente al Futurismo sia perché il duo BB è stato nominato d'autorità dal ministro Bondi) figura Angela Vettese che però è anche la presidente di giuria alla Biennale. Fatto che ha innestato rumorose cascate di polemiche, in cui è rimasto coinvolto anche il sindaco Cacciari, accusato di «remare contro» e appoggiare i ribelli. La partita è delicata: Italia contro Italia. La finale non è possibile, a meno che scendano in campo i galleristi.