Sfollati in piazza, rabbia e emozione: decreto vuoto, serve una tassa di scopo INVIATA A L'AQUILA Le lacrime trattenute in quei trecento metri di zona rossa, violata tutti insieme per la prima volta, finalmente scorrono davanti al ground zero della Casa dello studente. Lo stupore di chi da quel 6 aprile non aveva ancora mai ripercorso via XX Settembre, entrando nella città fantasma, il cuore storico de L'Aquila, si trasforma in dolore. Ma è «un momento che vale più di una seduta dallo psicologo», dicono molti. Improvvisamente si interrompe anche il silenzio, pesante, che era sceso su quel migliaio di persone, forse più, quando in corteo, dietro ai gonfaloni dei comuni, si era mosso dalla villa comunale, luogo della manifestazione indetta dalla provincia e dai sindaci del cratere. Una corona di fiori bianchi viene deposta in ricordo degli otto universitari morti sotto le macerie, in una tragedia largamente annunciata. «Non vi dimenticheremo mai», hanno voluto scriverci sopra il presidente della provincia Stefania Pezzopane, il sindaco aquilano Massimo Cialente e quasi tutti i primi cittadini dei comuni terremotati (ne mancavano due del Pdl, quello di Poggio Picense e quello di Villa Sant'Angelo) che hanno aderito alla «manifestazione per la ricostruzione» organizzata ieri nel capoluogo abruzzese assieme alle 14 associazioni di cittadini nate in questi due mesi sul territorio interessato dal sisma. C'è chi ha accusato di "strumentalizzazione" questa giornata di mobilitazione fissata a ridosso del voto, ma sul camion che fa da palco sono riuniti, fianco a fianco, gli esponenti di entrambi gli schieramenti politici. Dietro di loro campeggia lo striscione «Ricostruire dal basso», firmato dal comitato «3e32». L'applauso più lungo se lo aggiudica Giorgio De Matteis, vicepresidente del Consiglio regionale quando, dopo aver fissato nel 6 aprile «il nostro 11 settembre», dice forte e chiaro che nei «loculi di cemento» con i quali «qualcuno pensa di risolvere i nostri problemi noi non ci vogliamo andare e non ci andremo: noi non rivogliamo un'altra città, rivogliamo questa città». «Dov'era e come era», hanno scritto sulle magliette distribuite dai comitati cittadini per raccogliere fondi. I soldi che servono sono tanti. «Si sta facendo il conto dei danni, e superano già i 10 miliardi di euro - si sfoga un sempre più arrabbiato sindaco Cialente che, insieme a Pezzopane, il 10 giugno prossimo riferirà alla commissione ambiente della camera le istanze di tutti gli enti locali aquilani -. Servono fondi subito, e non spalmati sino al 2032. Ci servono 3 miliardi per ricostruire il centro con tutte le residenze, oltre al patrimonio pubblico di quasi 1.900 edifici tutelati. Non è pensabile che l'Italia rinunci a ricostruire un capoluogo di regione. Non si può rinunciare a una delle 20 città d'arte italiane e non si può ricostruirla con i soldi del Gratta e vinci. C'è bisogno di una tassa di scopo». Sono tutti d'accordo, è una delle sei richieste della piattaforma della manifestazione di ieri, e che si trasformeranno in emendamenti alla camera per correggere il decreto governativo. «Due delle nostre istanze sono state già accettate dal governo che, almeno così ci ha promesso, correggerà il testo prima che arrivi in aula - spiega Pezzopane - : si tratta del rimborso al 100 per cento per tutte le abitazioni, anche quelle dei non residenti, e delle risorse per gli enti locali e per le aziende pubbliche municipalizzate che, in mancanza di introiti, altrimenti rischiano il collasso». Nessun accordo ancora, invece, sulle altre richieste: «una norma specifica per la ricostruzione dei centri storici»; «un giusto indennizzo per le terre in corso di espropriazione» nelle aree dove dovranno essere edificate le venti new town; il «riconoscimento della Zona franca urbana», un'area cioè in cui le attività imprenditoriali, commerciali e professionali siano detassate. Anche nel terribile terremoto del 1703, ricorda Cialente, l'allora omologo di Guido Bertolaso, il marchese Garofalo, commissario straordinario per la ricostruzione de L'Aquila, istituì per dieci anni una serie di incentivi e sgravi fiscali per dissuadere i residenti dall'abbandonare la città e i paesi limitrofi. «Se è stato possibile allora, perché oggi no?». L'ultima rivendicazione che «viene dal basso» riguarda «una categoria trattata in modo indegno: i vigili del fuoco», ha spiegato applauditissimo il parlamentare Pd Giovanni Lolli. All'Aquila il governo aveva promesso loro soldi, mezzi e uomini. «Un giuramento solenne che non è stato mantenuto», ricorda Lolli. Ora tocca ai partiti d'opposizione farsi carico delle richieste. Fin qui il comportamento del Pd e dell'Idv non è piaciuto molto agli aquilani che ieri hanno ripetuto: «Forti e gentili sì, ma fessi no». «Il fatto stesso che Berlusconi abbia accettato due delle nostre richieste dimostra che c'era ancora molto spazio per trattare invece di rinunciare e di astenersi nel voto sul decreto legge al senato», attacca Pezzopane. Ma, dice Ettore a nome di tutti i comitati cittadini, «dopo lo shock è giunto il momento di svegliarsi. Da oggi l'aria è cambiata: comincia la mobilitazione permanente di tutti i terremotati». L'Aquila è ferita, ma non è morta.
ABRUZZO. L'Aquila dov'era e com'era la rivolta bipartisan dei sindaci
In piazza, a L'Aquila, si è svolta una manifestazione per la ricostruzione della città dopo il terremoto del 6 aprile. I manifestanti hanno richiesto una tassa di scopo per finanziare la ricostruzione e hanno criticato il governo per non aver fornito abbastanza fondi. Il sindaco Massimo Cialente e la presidente della provincia Stefania Pezzopane hanno affermato che i soldi servono per ricostruire il centro storico e per aiutare le famiglie che hanno perso le loro abitazioni. I manifestanti hanno anche richiesto un indennizzo per le terre in corso di espropriazione e il riconoscimento della Zona franca urbana.
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