La middle class statunitense, dopo la tenaglia della crisi economica, è definitivamente affondata in Laguna. La casetta galleggiante realizzata dall'artista Mike Bouchet, invitato alla Biennale di Venezia dal curatore svedese che la guida quest'anno, Daniel Birnbaum, non ha retto alla spinta dell'acqua e ha trascinato negli abissi l'«american dream», incurante del nuovo corso obamiano. Così al pubblico non è rimasto altro se non un relitto, ex dimora ideale per le fiabe, scivolata via dalla piattaforma che avrebbe dovuto sostenerla. L'incidente è molto significativo: la mostra Fare mondi che dà l'impronta all'Esposizione internazionale del 2009 ha attirato come una calamita progetti e installazioni che riguardano la vivibilità delle nostre città, gli interni domestici e i luoghi della comunità. Se proprio si deve trovare un fil rouge e una lettura dell'affastellarsi di opere lungo le Corderie e l'Arsenale, sono gli spazi architettonici (e soprattutto la loro continua reinvenzione) ad aprire scenari inediti verso quei nuovi «mondi» evocati nel titolo della rassegna. Così, mentre viene annunciato un padiglione dedicato alla paura (alle Tese di san Cristoforo) che indaga tra le pieghe degli «spaventi» sociali - caos finanziario, precarietà esistenziale, senso permanente di pericolo e ossessione di controllo da parte dei governi - con l'aiuto di autori molto «movimentisti» quali Jota Castro, Alfred Jaar, Rainer Ganalh, Goldiechiari, Regina José Galindo e la cubana Tania Bruguera, dall'altra parte si prova ad azzerare la storia della globalizzazione e a ripartire da zero. Lo fa una decana come Lygia Pape, brasiliana (scomparsa nel 2004) cui è affidato il biglietto d'ingresso nel «viaggio»: una installazione dorata che simula fasci di luce, spoglia i muri e le barriere rendendo immateriale lo spazio circostante. Realizzata negli anni Settanta, dimostra una certa preveggenza; ma oggi a raccogliere quell'eredità sono in tanti. Una serie di lezioni visionarie Lo sviluppo urbano e l'espansione impazzita dei centri cittadini può essere contrastato con l'arma dell'utopia. I modelli e le soluzioni le propone l'artista slovena Marjetica Potrc con una serie di lezioni visionarie. Sono appunti sparsi per una ricostruzione ecosostenibile: dopo Katrina, New Orleans può recuperare l'acqua piovana in giardini da coltivare a proprio piacimento, mentre alcune città-mobili cercano di adattarsi all'ambiente sfruttandone le potenzialità. L'individuo faber, degenerato in una specie di portale indiscriminato del consumo, si trasforma in homo ludens e prende strane configurazioni, come ad esempio il «waterboy». Un architetto quasi novantenne, Yona Friedman (natali a Budapest ma vive e lavora a Parigi), rincara la dose: sul soffitto appende «schegge» e moduli spaziali. Ognuno, a piacere, può costruirsi la città che desidera e lì risiedere. È dagli anni Cinquanta che sviluppa e sperimenta la ricerca di un «nuovo inurbamento» e a tutti consiglia vivamente materiali ecologici e riciclabili, dal cartone alla corda per il bucato. Punta sull'improvvisazione e su un eterno presente, la stessa cosa che il belga Carsten Höller prova a far sperimentare al visitatore con la percezione disturbata di una architettura claustrofobica e instabile (è costituita di polistirolo) quale Swinging Curve, corridoio sbilenco per un viaggio verso il nulla, avvolto nel bianco. Diversamente, Cildo Meireles, brasiliano, invita a una distorsione «più sentimentale». Un'infilata di sei stanze a tema cromatico propongono un percorso avventuroso dentro se stessi, lontano da rumore e dalle distrazioni. Mentre Venezia è attraversata da dirigili alieni (nella visione del messicano Hector Zamora, classe 1974) oppure rivissuta come luogo totale dell'immaginario, dai Carabi ai mari del Nord - trait d'union è sempre l'acqua - nel milione di cartoline distribuite dalla polacca Aleksandra Mir, le case del pianeta vanno lentamente modificandosi, tornando alle origini. La palafitta di Pascale Martin Tayou (Camerun) diventa uno schermo per proiettare la storia di chi va e chi viene. La vita quotidiana che vi si mostra non riguarda solo ciò che si svolge nei villaggi africani, ma è una specie di «mondovisione» ad andare in onda. Si lavora in Giappone come in Europa, si fondono metalli e si colorano le stoffe da vendere, si cucina e si discute dei problemi sociali. La «città» nomade di Tayou ha un grande impatto scenografico, cancella il reticolato razionale delle strade e sceglie un tracciato emozionale. Inventa una cartina confusa e internazionalista dove la diaspora africana si ricompone. L'artista è dentro la sua metropoli allargata e fotografa ogni dettaglio, soddisfatto del risultato: «Cerco di raccontare momenti di delicatezza ed eleganza della vita. Non credo che esistano grandi cesure nella storia dell'umanità; nei viaggi spesso si fanno incontri che permettono la fabbricazione di mondi diversi e la creazione di sogni collettivi». Al centro di ogni incrocio del suo villaggio, ci sono però grandi sacchi colorati da cui fuoriesce una polverina bianca: «Cocaina colour», recita la scritta, perché - spiega Martin Tayou - «la nuova via dello smercio delle droghe è l'Africa, non più la Colombia...». L'economista indiano Amartya Sen, citato nel testo in catalogo (Marsilio) dal direttore Daniel Birnbaum, ricorda che «una stessa persona può essere, senza contraddizioni, di cittadinanza americana, di origini caraibiche, con antenati africani, cristiana, liberale, donna, vegetariana, fondista, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei movimenti gay, amante del teatro... e profondametne convinta che esistano nello spazio esseri intelligenti con cui è estremamente urgente dialogare...» Per questo le architetture deflagrano tutte nella mostra della Biennale. L'appartenenza passa anche per il «disegno aperto» dei luoghi da abitare. Niente ghetti: unico spazio segnato nei suoi confini, chiuso ai lati, è una ludoteca ad uso e consumo dell'inconscio come quella pensata da Madelon Vriesendorp (Olanda). Capace di investire la sacralità del mito legato al nome di Le Corbusier, il film di Ulla von Brandeburg insegue con la macchina da presa alcune persone in stanze e strutture geometriche della casa, che finiscono per provocare disagio emanando un grande senso di incomunicabilità. L'ottimismo torna, grazie all'ironia, nel video degli spagnoli Bestué e Vives: le mutazioni surreali di semplici gesti disorientano e insieme rassicurano. Il vassoio che porta il bicchiere sotto e non sopra, il formaggio da grattugiare alla finestra con vetro smerigliato, tutto rimanda a una possibile trasformazione creativa delle incombenze domestiche. In arrivo la barca Djahazi Dopo tanto sostare in interni modificati, si esce all'aria aperta. Se ai Giardini l'Austria regala un piccolo orto dove coltivare piante e semi in via di estinzione, qui è Lara Favaretto (artista italiana invitata alla mostra Fare mondi insieme a Simone Berti, Roberto Cuoghi e Grazia Toderi, fra gli altri) a condurre il visitatore verso un altro paesaggio possibile. È sua la laguna che chiude il percorso, luogo di perdizione e memoria, archivio della storia e monumento agli scomparsi. Al centro, luccica una lama, residuo che racconta una storia misteriosa. L'appuntamento è ora altrove. Ai Giardini dove sta arrivando la barca Djahazi, un dinosauro fatto di legno dagli abitanti delle isole Comore, che approda sui nostri lidi grezie a un progetto di Paolo W. Tamburella, a rappresentazione di un mondo di relazioni commerciali e affettive oggi messo al «bando» da una sconsiderata politica di omologazione al grande mercato.