Si sale e si scende stando fermi. L'occhio cade sul cemento e sul vetro. Poi sull'acqua mischiata della laguna, e sul cielo che copre Venezia, ieri spolverato dal vento. Ancora lì, fissi sul posto, si possono vedere il gotico fiorito di cinquecento anni fa e le installazioni contemporanee che saranno moderne tra un bel po' di tempo. Senza muoversi, solo posando lo sguardo attorno, attraverso le grandi finestre, i lucernari, e sulle pareti delle sale. Entrare a Punta della Dogana, pardon, nella Punta della Dogana restaurata da Tadao Ando e riempita di opere di François Pinault, è un po' come salire sull'ottovolante dell'arte e dei sensi. Un'abbuffata di emozioni lunga cinque secoli, uno scambio continuo tra le bellezze della città storica, là fuori, e quelle delle creazioni contemporanee, qui dentro. Non a caso chi l'ha vista in anteprima, ieri, parla di sogno, e chi c'era anche due anni fa, con fragole e champagne offerti da Pinault per festeggiare il via dei lavori, parla di miracolo. E il sindaco di Venezia Massimo Cacciari all'interno del cubo di cemento creato dall'architetto giapponese, guardando il magnate bretone negli occhi e parlando in francese, mette il sigillo: «Avete fatto molto di più della semplice apertura di un museo d'arte contemporanea, avete dimostrato che Venezia è resolue, risoluta ». Diapason e bandiere Saranno due giorni di vernici e anteprime, in attesa dell'apertura di sabato. Ma per «Mapping the Studio», questo il titolo dell'esposizione targata Fondazione Pinault, ieri e oggi sono i due D-Days. Tutto il campo della Salute adibito a plateatico del museo, tra ortensie bianche e catering firmato Celeste Tonon, a colpire prima di ogni altra opera sono state le bandiere. Poste più o meno dove avrebbero dovuto sorgere i due obelischi di Ando, anziché i due tricolori francese e italiano troneggiavano i più federalisti bianco e nero della bandiera bretone e l'amaranto e oro del Leone della Serenissima. E affondate nella storia sono state anche le parole del bretone Pinault che ha citato Louis Aragon dicendo che «la prima fase è un diapason, l'ultima la centesima, la trecentesima, la millesima vibrazione di quel diapason, consapevole soltanto dell'inizio. Quest'esposizione continua il magnate si colloca a metà strada tra la prima frase di una lunga storia scritta dai grandi mecenati veneziani molti secoli fa e il futuro che onorerà la gloriosa tradizione della Serenissima». Cemento e masegni Queste parole però, così come quelle del sindaco, sono solo il lieto fine della storia. Un'avventura il cui «rischio era grande», conferma lo stesso Pinault. E l'obiettivo più che ambizioso: trasformare la storica Dogana da Mar del quindicesimo secolo in un centro d'arte contemporanea. Da una sorta di grande magazzino per le mercanzie provenienti dall'oriente ad un contenitore di contemporaneità. Il tutto inserito in uno dei contesti più affascinanti (e pericolosamente artistici) del mondo. Sfida enorme, quella dello spazio espositivo, ma intrapresa da Pinault e Ando nel migliore dei modi possibili. Fondendo cioè nelle sale modernità e passato con grandissimo equilibrio. Del lavoro svolto dall'architetto giapponese parlano i muri: mattoni a vista, toccati il meno possibile, i pezzi antichi a fondersi con quelli moderni senza soluzione di continuità. E d'un tratto il cemento che crea magicamente al centro (magicamente perché non stona affat- to) una sorta di cubo-campiello. È infatti anche il pavimento, sempre diverso, a dare alla nuova Punta della Dogana, un alone di magia: cementi e resine da una parte ma anche i masegni di trachite euganea (tra i simboli della città) che sembrano far entrare l'esterno. Non solo pareti e pavimento, comunque. Nella nuova Dogana di Ando tutto è contrasto perfetto: il vetro e il metallo delle scale e di alcune finiture si sposano con le travi in legno, le luci calde di lucernari e finestre con quelle più algide di spot museali, e l'elenco sarebbe lungo. Il nuovo che rimane Ma il valore della nuova Dogana non sta solo in un geniale progetto di Ando messo in pratica magistralmente dall'azienda trevigiana Dottor Group. E nemmeno, forse, nelle sue opere che meritano ovviamente un capitolo a parte. Gran parte della sua forza sta nell'idea che la precede e che l'accompagnerà negli anni. Ossia dare carattere di permanenza all'arte contemporanea a Venezia al di là delle estati targate Biennale. «È stato realizzato un centro culturale, artistico, espositivo di grandissimo valore e di prestigio internazionale dice il sindaco Cacciari anche per il mercato globale dell'arte, pilastro dell'economia della cultura, con funzioni di formazione, educazione, innovazione in tutti i campi. Un esempio di come a Venezia si può e si deve lavorare contro tutti i passatismi ». I numeri del simbolo Parole ed emozioni hanno caratterizzato il primo giorno di apertura del nuovo centro d'arte contemporanea. Quel centro che in origine avrebbe dovuto sorgere sull'Ile Seguin parigina e che invece, dopo un braccio di ferro con la fondazione Guggenheim e una gara finita in un primo momento in parità, ha visto aprire le sue porte a due passi da piazza San Marco nel cuore di Venezia. Ma se le parole sono destinate a scomparire, quello che rimarrà del simbolo, oltre ai capolavori che ruoteranno nelle sale, saranno i numeri. Innanzitutto quelli relativi al costo. Le cifre ufficiali parlano di 20 milioni di euro ma voci vedono la spesa di Pinault molto più vicina ai trenta. Poi le ore di lavoro (300 mila), gli operai impiegati (120) e le capriate di legno (130). E ancora: 5.000 metri quadri di superficie, 210 metri di facciate sui canali, 5.000 metri quadri di muri restaurati con mattoni di recupero, 90.000 tegole posate, 75 metri di facciate sul campo della Salute, 20 porte monumentali in vetro e acciaio, 9 navate larghe dieci metri, 2.000 viaggi effettuati tra il cantiere e la terraferma.
VENEZIA - L'acqua e il cemento il sogno di Pinault è Contemporaneo
La Punta della Dogana, un edificio storico di Venezia, è stato trasformato in un centro d'arte contemporanea grazie a un progetto di Tadao Ando e finanziato da François Pinault. L'esposizione, intitolata "Mapping the Studio", è stata inaugurata con grande successo e ha attirato numerose persone. Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, ha definito l'opera come un "miracolo" e ha sottolineato l'importanza di dare carattere di permanenza all'arte contemporanea a Venezia. L'esposizione è stata realizzata in un edificio che era stato abbandonato e ha richiesto un lavoro di restauro di grande complessità.
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