VENEZIA Premesso, dicono i gondolieri, che nessuna rana gracida a Venezia, e aggiunto che le rive del Canal Grande non assomigliano a quelle del Mississippi note all'artista Charles Ray, la statua del giovinetto efebico che tiene nella mano un ranocchio a testa in giù scoperta ieri, sulla «punta» di Punta della Dogana ci può anche stare. Per sempre, sostiene Francesco Bonami: «Una forma viva pensata per tutti i popoli del mondo». Provvisoria, dicono altri, che non vogliono sentir parlare di nuova icona di Venezia. In realtà nessuno contesta che ci sia un'opera contemporanea sulla lingua del Canal Grande, anzi. Semplicemente quella di Ray, commissionata dal magnate del lusso François Pinault, che con oltre 20 milioni di euro ha riaperto la Dogana dopo appena due anni dall'assegnazione come sua seconda sede espositiva dopo Palazzo Grassi, appare stralunata per essere un «nuovo simbolo»: troppo bianca, fa il verso alla classicità, non si capisce perché una rana. Autore di opere scioccanti (come il gruppo scultoreo «Oh Charley, Charley, Charley...» con otto uomini nudi in una scena di sesso di gruppo), Ray racconta che ci ha messo «due anni a realizzare il bambino con la rana pensato per Venezia e che ha scelto la rana perché rimanda alle origini. Il bambino guarda con stupore la rana come guarda con stupore Venezia. La rana vive nell'acqua, come Venezia... ». La rana è Venezia? Pinault ringrazia e spiega: «L'opera rappresenta un giovane che sta sul limitare di infanzia ed età adulta, e sta a significare che dobbiamo guardare lontano». Cacciari ringrazia Pinault che ha riaperto la Dogana... e sulla rana sorride: «Ma sì, è un'opera ironica, come tutta l'arte contemporanea. Finita la Biennale se ne andrà». Sicuri? Già, per Cacciari, per il presidente della Regione Galan (che sostenne la cordata americana del Guggenheim alternativa a quella francese di Pinault), e per la sovrintendente Renata Codello non ci sono dubbi: finite le feste la rana salterà giù dalla riva. Ma già se si sente Francesco Bonami, uno dei curatori della mostra «Mapping the studio » esposta nelle due sedi francesi di Palazzo Grassi e della Dogana (da sabato aperta al pubblico), la cosa è meno certa: «Questa scultura è l'immagine dello stupefacente, la rana è una forma viva che Ray ha pensato per restare qui. L'ha portata qui dal Mississippi per tutti i popoli del mondo». In città, la rana trova qualche consenso. Sandro Parenzo, presidente della fondazione musei civici ed editore, l'approva un po' «come una trouvaille. Non scandalizza, nulla è definitivo, fa parlare di Venezia. Un nuovo richiamo, funziona ». Una stravanga è per Galan: «Meglio un'opera d'arte alla Dogana che i cartelloni pubblicitari in piazza San Marco. Se è una scultura provvisoria va bene, altrimenti ci sarebbe da ridire. La differenza tra noi e il Comune è questa: noi restauriamo con decine di milioni la cupola della chiesa della Salute di Baldassarre Longhena alle spalle della Dogana, e il Comune si occupa di questo. Noi aumentiamo il contributo in Biennale, altri si impantanano a Ca' Pesaro con un contro- padiglione Italia. La rana? Se fosse un paragone con le acque morte in cui vivono le rane sarebbe abbastanza banale». Più che banale, per il critico Philippe Daverio: «Una boutade molto fragile di un californiano. Sono trovate del mondo della moda, direi una svista sfuggita a Cacciari. L'anno scorso c'era la rana crocifissa a Bolzano; quest'anno abbiamo la rana a testa in giù». Sta di fatto che il Comune ha ceduto per 30 anni a Pinault questo spazio di 1.200 metri quadrati chiuso da tempo e ora riaperto con una operazione coraggiosa e magistralmente adattato da Tadao Ando con pareti in un «leggerissimo» cemento che sembra velluto. Qui sono esposte alcune delle 300 opere della mostra in omaggio a Bruce Nauman. Sotto lo sguardo della rana, l'arte contemporanea si declina nelle perverse statue in poliuretano di McCarthy impegnate in operazioni contro natura, in una tenda di plastica tipo vecchia drogheria di Felix Gonzales Torres... alla fine Jeff Koons che bacia Cicciolina sembra un busto del Canova.
VENEZIA - La rana? È la voglia di futuro
La statua del giovinetto efebico che tiene nella mano un ranocchio a testa in giù è stata scoperta sulla punta di Punta della Dogana a Venezia. L'opera è stata commissionata dal magnate del lusso François Pinault e rappresenta un giovane che sta sul limitare di infanzia ed età adulta. La rana è stata scelta per rappresentare le origini di Venezia. L'opera è stata creata dall'artista americano Charles Ray e è stata esposta nella Dogana dopo la sua riapertura. Alcuni critici hanno espresso disapprovazione per l'opera, considerandola stralunata e troppo bianca. Altri hanno espresso apprezzamento per l'opera, considerandola un nuovo simbolo di Venezia.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo