PRATO. Sul cartello sbiadito dal sole si legge a malapena la data degli ultimi lavori, che risalgono al 16 luglio del 2007. Poco più in là, oltre la recinzione di plastica, lo sguardo si ferma su ciò che resta dei 1.400 metri quadrati di domus etrusca rinvenuta oltre dieci anni fa. Ora è tutto un fiorire di sterpaglie ed erbacce. Benvenuti nell'area archeologica di Gonfienti, che nel 2007 era visibile nelle mappe di Google Earth. Oggi l'accerchiano i capannoni dell'Interporto, che pochi giorni fa ha annunciato di voler mettere in sicurezza l'area con 46 telecamere e una recinzione di sbarramento lungo il perimetro dell'asse logistico. Ma siamo in terra di Etruschi, «quella su cui pende un vincolo di tutela dei beni culturali dal 2006», come fa notare il professor Giuseppe Centauro, uno dei massimi esperti di Gonfienti. Eppure è impossibile non accorgersi dei lavori che, proprio alle spalle della città etrusca, si stanno consumando. Qui la mano dell'uomo è già intervenuta. E non per proteggere dalla forza di madre natura quel gioiello del passato su cui oggi proliferano piante di tutti i tipi. Cabine e pali elettrici circondati da lastre di cemento spuntano qua e là. Che ne sarà del progetto di parco archeologico? «Se ne parlava già in una delibera comunale del 2003», ricorda Centauro. Il docente di restauro architettonico all'università di Firenze teme danni incalcolabili per il tesoro etrusco. «Intorno ai resti della gloriosa domus, prolifera una particolare specie di vegetazione, l'ailanto, che è un nemico mortale per le malte di calce. I muri a secco consolidati rischiano di spaccarsi. Questa vegetazione infestante cresce in altezza e si riproduce continuamente». L'acqua piovana dello scorso inverno è stata un bel nutrimento. «Ormai tutti i reperti archeologici, rinvenuti durante gli scavi - spiega Mauro Franceschini, campione di tante battaglie in difesa di Gonfienti - sono stati portati a Villa Niccolini». Ed è lui a gridare allo scandalo: «La Soprintendenza non si fa più vedere da queste parti dal 2007. Questo ormai non è più uno scavo archeologico, ma un cantiere abbandonato».