La teca di Richard Meier per l'Ara Pacis, definita «pompa di benzina» dal principe Carlo alla fine degli anni '90 e «autogrill» dalla destra romana che ne chiede l'abbattimento, è da tempo il simbolo contro cui si scaglia la cultura architettonica ispirata al futurismo e al rilancio del razionalismo di epoca fascista. Finora questa cultura, per quanto avesse usato toni forti, era rimasta nell'ambito della critica verbale. Domenica notte la teca è stata imbrattata da un commando futurista che ne ha dipinto i muri con vernice verde e rossa. Vittorio Sgarbi, sul Giornale, ha assolto il gesto vandalico. Fabio Rampelli, architetto e parlamentare di An, lo ha condannato ma equiparandolo al «vandalismo» di chi aveva deciso la realizzazione dell'opera. Posizioni che non possono essere condivise. Nessun argomento può giustificare il trasferimento della critica architettonica dallo spazio che le è proprio (riviste, giornali, dibattiti) alla cultura del gesto vandalico. A tutela della teca di Meier e della Fontana di Trevi colorata di rosso. Ma anche della Pietà di Michelangelo colpita dal martello di Laszlo Toth.