PARIGI Architetto Jean Nouvel, una decina d'anni fa a Lione lei ha «rifatto» il teatro dell'Opera: una rottura stilistica che provocò molte polemiche. Cosa voleva dimostrare? «Avevo l'obbligo di conservare le quattro facciate Ottocento, per il resto ero libero. Ho rifatto gli interni e ho alzato l'edificio con una grande volta, un semicerchio che ha un carattere fiorentino. Un intervento molto aggressivo ma anche molto naturale. L'edificio nuovo, nel suo insieme, ha rispettato i riferimenti con le antiche costruzioni tutt'intorno. Nella "rottura" c'è continuità, e le città si costruiscono così. Bisogna rispettare certi parametri ma un'architettura si può reinterpretare». A Roma Richard Meier sta costruendo un piccolo museo per ospitare l'Ara Pacis. Secondo alcuni si tratta di un progetto estraneo al contesto classico e barocco che circonda l'antico monumento. Ci sono ancora tante polemiche. Secondo lei, Roma può essere un tabù architettonico? Non si deve toccare proprio niente nel centro storico? «Sono contro la formalina. Una città come Roma è un soggetto straordinario per un architetto. Ogni nuovo intervento deve essere moderno, anche se deve mostrare sensibilità per il passato. Ma i nuovi edifici, ovunque essi siano realizzati, devono essere una testimonianza della cultura contemporanea. Certo, è facile dirlo e più difficile farlo. Comunque è la stessa forma architettonica di Roma, così stratificata, a dimostrare la giustezza di questa visione. Quando si sceglie l'architetto si tiene anche conto della sua personalità artistica: è così che si possono evitare errori». A Lione il suo nome è conosciuto dalla gente comune grazie al suo teatro dell'Opera, così straordinario. A molti però l'Opera non piace. Quando realizza un progetto, si pone il problema dell'accettazione del suo lavoro? «Tre anni fa quel mio progetto tanto contestato all'inizio risultava al secondo posto per popolarità, dopo la chiesa madre de La Fourvière. Occorre puntare sulla partecipazione ma non bisogna confondere la democrazia con la cultura. Prima si discute sul fare o no un'opera, sulla sua funzione, sul suo rapporto con la città. Ma poi l'architetto, ottenuta la legittimità dell'intervento, deve essere libero di creare. E ciascuno pensi quello che vuole». Ha destato molto scalpore (il Times le ha dedicato due pagine, ne ha parlato la Bbc e la Cbs) la proposta dell'architetto Carlo Aymonino di completare finalmente il Colosseo chiudendone l'ellisse. E lei che ne pensa? Ride. «Ah, le Colisée, le Colisée. Non si può ricostruire la storia. È avvenuto con la Fenice a Venezia, con alcune città bombardate rifatte in stile. È sempre una cattiva idea fare come se la storia non ci sia stata. Bisogna conservare, invece, le tracce di ciò che è accaduto. E a Roma non si può fare come se il Colosseo non sia crollato, non sia stato distrutto. Al massimo si potrebbero fare piccoli interventi di natura statica». Architetto, dica la verità: quando lei avvia un progetto pensa anche a come piacere all'opinione pubblica, a come stupirla? «Certo, ho sempre questa ambizione. Anche se non posso pensare di piacere a tutti. Ma il mio impegno consiste nel non tradire l'incarico che ricevo, che consiste nel rappresentare la cultura di questa epoca. Io non faccio provocazioni gratuite, ma a volte ci vuole tempo perché certe opere siano accettate. D'altra parte l'architettura è un modo di provocare emozioni in un largo pubblico». In Francia si discute sul destino di alcuni esempi di archeologia industriale come il ponte Eiffel a Bordeaux o la Halle Freyssinet a Parigi. Distruggere o conservare? Opere nuove o integrazioni? «Le forti testimonianze dell'architettura vanno conservate. Se poi hanno cent'anni, non c'è dubbio. È più difficile decidere quando gli edifici hanno 20-30 anni: non si capisce ancora se si tratta di testimonianze importanti. Comunque, anche gli edifici antichi devono continuare a vivere rimaneggiandoli se è necessario, senza però tradire il loro spirito originale. Mantenere la testimonianza architettonica, dunque, tenendola viva con adattamenti. Ma sia chiaro: trasformare un edificio è un atto culturale altrettanto importante che crearlo. Io preferisco lavorare in posti marcati dalla storia, aggiungendo qualcosa ad un contesto esistente». A Roma Meier ha accettato la sfida di costruire nell'estrema periferia: una chiesa a Tor Tre Teste. Jean Nouvel accetterebbe la sfida della banlieu? «No, non mi piace l'idea anche se mi è capitato. Preferisco costruire in luoghi storici, dove c'è una relazione con il contesto per partecipare meglio all'evoluzione della città. Del resto, la modernità dell'architettura oggi sta nel legame col contesto. Quando si costruiscono edifici generici, da piazzare ovunque, non specifici per un ambito urbano si fanno cose senza valore». Ma insomma, a Roma preferirebbe l'ansa barocca o un'area periferica per misurarsi? «L'ho già detto: preferisco il contesto storico. Ma in ogni caso è importante il tipo di richiesta che viene fatta, il programma in cui si inserisce l'opera. Il senso dell'operazione architettonica. Così si può decidere: nello specifico, non in base a un principio generico». Il grande architetto deve lasciare il segno dell'epoca oppure deve sentirsi impegnato solo a rispondere ad una richiesta funzionale della società? «Deve fare entrambe le cose. Un architetto viene chiamato per rispondere a un programma, soddisfare un'esigenza. Attraverso la sua risposta egli esprime le attitudini culturali del suo tempo». Oggi si può fare una buona architettura senza una ottima ingegneria? «Nel secolo scorso l'ingegneria era la diretta espressione dei materiali da costruzione. Ormai i migliori ingegneri fanno in modo che i materiali siano misteriosi, che siano dimenticati a vantaggio delle forme. Ma il ruolo tra ingegneri e architetti è indissociabile. Ogni realizzazione nasce dal loro lavoro simbiotico. Certo oggi la tecnica rende sempre più libere dal condizionamento dei materiali le forme del progetto». Con le nuove tecnologie l'architettura sembra avviata verso un destino di maggiore creatività. Ma non vede anche il rischio di una involuzione? «Anche nell'edificare c'è una sorta di darwinismo che crea nuove specie architettoniche. Oggi l'architetto ha a disposizione tanti nuovi mezzi e materiali che gli consentono di combinare tecniche tradizionali e nuovissime: ecco la modernità dell'architettura. Sta poi all'architetto utilizzare gli strumenti per dare un senso preciso alla sua opera. Questi sono anni di Rinascimento per l'Architettura. Quanto al futuro, je n'sais pas, non lo so».
Basta tabù nel centro storico, costruite
Jean Nouvel, architetto francese, ha rifatto il teatro dell'Opera a Lione, provocando molte polemiche. Ha spiegato che voleva mantenere le quattro facciate Ottocento e ha aggiunto una grande volta e un semicerchio. Ha detto che Roma può essere un tabù architettonico e che ogni nuovo intervento deve essere moderno ma sensibile al passato. Ha anche parlato della sua proposta per completare il Colosseo a Roma, che ha rifiutato. Ha detto che l'architettura è un modo di provocare emozioni e che ogni architetto deve lasciare il segno dell'epoca. Ha anche parlato della sua preferenza per lavorare in posti storici e di utilizzare gli strumenti per dare un senso preciso alla sua opera.
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