Il «capitano di lungo corso » dell'architettura Renzo Piano sbarca nel sole delle Zattere e spiega le vele inanellando metafore e citazioni marinare a go-go. Nel nome di Emilio Vedova. È a Venezia per inaugurare il primo museo rotante al mondo, quel Museo Vedova firmato da lui, naturalmente. Le grandi tele «galleggiano », la prospettiva audace del magazzino del Sale numero 1 ricorda «una barca, il navigare », il vento, infine, dovrà concedere un'andatura «di bolina ». La radice di «tanto mare» nelle parole dell'architetto- star, però, non affonda nel suo essere genovese, piuttosto, nella viscerale venezianità del suo amico Emilio che amava ricordare l'andirivieni dei burci carichi di sale proprio lungo quella stessa riva. Quell'Emilio Vedova cui è dedicato il museo-laboratorio rotante dei Magazzini del Sale, «sempre esagerato», sempre per dirla con Piano, «esagerato nel gesto, nell'arte, nella parola, nella scrittura». Tant'è che tutte le missive da Vedova a Piano iniziavano così «Avanti tutta, meglio se di bolina stretta!». Quanto al luogo, è bello da mozzare il fiato. Merito del tocco del grande architetto? Lui smentisce, anzi, minimizza. «Questo non è un progetto, è una testimonianza d'affetto all'amico Vedova, a un artista cui sono sempre stato prossimo. Del resto, nasce tutto 25 anni fa con la banda del Prometeo, con Gigi Nono, Claudio Abbado, Emilio Vedova, Massimo Cacciari ed io». E poi giù a ripetere che l'idea, quella originaria di usare carrucole ed effetti di luce ed ombra altamente scenici, è di Vedova stesso, che così amava proporre le sue tele ai visitatori, nell'unico modo che permetteva di sfiorare una nuova dimensione della pittura, il movimento nello spazio. Detto fatto. Le carrucole si sono trasformate in sofisticati binari creati ad hoc da Fabio Roncati della Metalsistem di Rovereto (che si è guadagnato, ieri, del «novello Leonardo ») e ora i capolavori del maestro si muovono davvero. Il lungo salone del magazzino numero uno curva appena a destra, dall'entrata, i muri muscolosi di mattoni finalmente depurati dai depositi salini sono intonsi, il ponte-pavimento della nave-museo, in legno grezzo, naturalmente, sfiora appena il perimetro interno. I bracci meccanici che muovono tele da 100 kg l'una si mimetizzano discreti con le antiche capriate lignee. «La tradizione e la tecnologia si confondono quasi - dice Piano - e i bracci meccanici sembrano macchine rinascimentali». Machinae, alla latina, che si muovono silenziose e precise come un bisturi, leggere a giocare con luci ed ombre. E Piano non si stanca di provare e riprovare l'effetto ottico studiato nel dettaglio. Dalla luce abbagliante delle Zattere moltiplicata dai riflessi dell'acqua, si entra nella penombra. Le opere sono lì, a sonnecchiare sul fondo, ingabbiate in un vero e proprio deposito a vista da cui escono con precisione. Come in un gigantesco juke-box. Le grandi tele ruotano e si spostano agganciate a mezzaria sui binari meccanici, la loro selezione, invece, è tutta affidata ai curatori, Germano Celant e Fabrizio Gazzarri. Il meccanismo è pensato per poter coesistere in tutta sicurezza con i visitatori. «Ci sono dei puntatori laser - spiega l'ideatore della macchina, Fabio Roncati - che bloccano il movimento dei binari e quindi della opere appena intercettano qualcosa». Nei momenti di cambio della selezione (per ora le opere stoccate sono 35 ma possono essere cambiate anche quotidianamente a scelta dei curatori), infatti, il pubblico sarà all'ingresso, per ammirare l'avvicinamento scenografico delle tele. A fare gli onori di casa, ieri, per l'anteprima c'era l'avvocato Alfredo Bianchini, presidente della Fondazione. E poi c'era «Massimo» (Cacciari) come lo chiama «Renzo» (Piano). L'incontro fra i due si risolve in un abbraccio fraterno ma breve, sul sindaco preme la curiosità di vedere l'allestimento. Chiede di capire dov'è «la stanza dei bottoni» che governa questa magia d'arte in movimento. «Sono assolutamente certo che Emilio Vedova sarebbe felicissimo di questo risultato, sarebbe a casa sua. - ha detto il sindaco - Questo è il mio grazie personale a quanti hanno lavorato per questa opera». Poche parole per apprezzare uno spazio espositivo inusuale che ospita un vero e proprio prototipo lungo i 65 metri del salone, un meccanismo che ogni due ore modifica e rinnova la selezione di opere esposte al pubblico. L'operazione Vedova, gestita sul piano tecnico dallo studio Piano, Maurizio Milan e Alessandro Traldi è condotta dalla Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.