Il tema della casa è sempre più al centro del dibattito nazionale e regionale. In base all'accordo dell'aprile scorso, le Regioni stanno elaborando autonome normative (da varare entro novanta giorni), anticipando così in sede locale gli orientamenti che verrano recepiti e sistematizzati dal governo nazionale nel quadro del cosidetto «piano casa bis». Già sono stati formulati i primi commenti a caldo sul disegno di legge proposto dalla giunta regionale campana la scorsa settimana. Com'è noto, tale disegno propone tre eclatanti novità: 1) aumento di volumetrie fino al 35 in caso di demolizione e ricostruzione di edilizia fatiscente al fine di adeguarla alle più avanzate normative; 2) aumento di volumetrie fino al 20 per le cosidette villette (edifici mono o bifamiliari non superiori a 1000 metri cubi); 3) cambiamenti di destinazione d'uso, ma senza aumenti di volumetria, dei capannoni ubicati in aree industriali dismesse per trasformarli in edilizia abitativa. Non è irrilevante sottolineare che resta fermo il rispetto di tutte le norme di salvaguardia del territorio. Il fine ultimo è in altri termini di «costruire nel costruito », riqualificando le aree degradate, senza consumare neppure un metro quadro di terreni ancora inedificati. Auspicando (a mia volta) che tale disegno venga approvato dal consiglio regionale (senza travisarlo con astruserie lessicali di dubbia interpretazione), torno sull'argomento per valutare le potenzialità che il terzo punto dischiude per una più rapida attuazione dei programmi di riqualificazione delle periferie di Napoli. Tra i bisogni primari dell'uomo c'è il diritto alla casa. Napoli è la sola grande città italiana che non dispone, al di fuori del centro storico, di un'adeguata offerta di edilizia residenziale a basso costo. Questo dato è una delle pricipali concause della marcata tendenza al decremento abitativo registrata dalle statistiche. Tant'è che la popolazione partenopea è ancora calata, nell'ultimo decennio, da 1 milione e 67.000 a 976 mila abitanti. Le giovani coppie o i ceti memo abbienti si vedono costretti ad abbandonare il capoluogo per cercare casa nell'hinterland, che continua ad espandersi caoticamente in orizzontale, corrodendo i residui campi agricoli. Per invertire tale trend, stando alle stime effettuate dalla stessa amministrazione comunale di Napoli, occorrebbero almeno 50 mila nuovi alloggi. Non resta altra scelta che individuare nelle zone industriali dismesse e soprattutto nell'area orientale i siti ottimali per un'autentica riqualificazione delle periferie atta a ridare il caraterre di «città» a queste lande ormai prive di identità urbana. L'edilizia residenziale è infatti compatibile con la coesistenza di attività produttive non inquinanti, nonché con un'articolata disseminazione di centri terziari, commerciali e ricettivi. E ciò a maggior ragione se si riuscisse davvero ad attuare un disegno di riconfigurazione urbana, valorizzando gli antichi borghi con grandi polmoni di verde, piazze civiche, tracciati viari razionali e sedi universitarie. Bisogna insomma provare a proiettare la storia nel futuro, restituendo a questa area, massacrata dall'industralizzazione pesante del secondo dopoguerra, la dignità di porta d'oriente della città aperta sul «miglio d'oro». In varie città europee sono state già collaudati con successo programmi di recupero «residenziale » delle aree industriali dismesse al fine di attrarre di nuovo verso il magnete urbano i flussi di popolazione. Emblamatica in tal senso resta Londra, che agli albori del secolo scorso fu invece la culla delle teorie decentraliste sulle garden cities. All'insegna del motto «More London» è stato recentemente realizzato un vasto piano di social housing, a partire dal vasto «Millennium Village» di Ralf Erskin nei pressi del parco di Greenwich, fino ad estendersi con ritmate case low-cost nell'intero sobborgo operaio orientale. Non meno significativa resta per altri versi l'esperienza di recupero dei tessuti periferici degradati attuata a Parigi mediante le Zac (Zone d'Aménagement Concerté) fondate sul principio basilare della mixitè sociale e funzionale. Se si vuol trarre una lezione dagli errori del recente passato, bisognerà d'ora in avanti evitare di relegare nelle periferie una sola destinazione funzionale o una sola classe sociale. La sfida che abbiamo davanti è di trasformare le periferie di Napoli marginali rispetto al centro storico, ma centrali nell'area metropolitana nei luoghi simbolo della rinnovata città contemporanea. In tale ottica l'approvazione del «piano casa» regionale può rappresentare una pre-condizione necessaria, ma non sufficiente. Decisivo sarà soprattutto il varo da parte dell'amministrazione comunale di un governo attuativo fondato su tempi certi e su puntuali interventi pubblici strategicamente mirati ad attrarre investimenti privati.