Trasformare in teatro la sala del Consiglio maggiore del Palazzo pubblico fu una trovata a mezzo tra lo sprezzante ghigno del vincitore e la paterna indulgenza del principe. I senesi fecero buona faccia a cattivo gioco e riservarono all'ideatore del beffardo progetto, Cosimo I, in visita per la prima volta nella loro città nel 1560, un'accoglienza coi fiocchi. Invece delle diatribe che avevano agitato la vita politica, quell'ampio volume, situato giusto nel cuore della sede del potere, avrebbe ospitato solenni rappresentazioni e salaci commedie, farse e divertimenti. Del resto avevano fama, i senesi, di nutrire da sempre una febbrile propensione per feste e giochi. La finzione degli spettacoli sostituiva i protocolli della politica in un'ambigua successione di scena. Per alleviare il dolore causato dalla perdita dell'indipendenza non rimaneva che consolarsi con mitologie e musiche, accordando agli immaginosi allestimenti la centralità che avevano avuto le dispute delle fazioni in lotta. Ma le cose bisognava farle sul serio. E difatti per condurre in porto l'operazione con la massima dignità ci si affidò al talentuoso Bartolomeo Neroni detto il Riccio. Da allora in poi il Teatro gestito con entusiastica dedizione dall'Accademia degli Intronati di traversie ne ebbe in quantità e quindi accorte ristrutturazioni o ricostruzioni parziali. Risorse dalle ceneri di tre incendi - altro che la Fenice - , finché non trovò in Antonio Galli detto il Bibiena il suo definitivo autore. Nella nuova articolazione - pianta a campana, il palcoscenico delimitato da due gigantesche colonne corinzie, decorazioni in tenue chiaroscuro e oro - riprese la sua avventura l'8 luglio 1753: «E allora si vedé alluminato - annotò il Pecci, scrupoloso cronista - il sontuoso proscenio tutto, che cagionò nei riguardanti stupore e meraviglia». Dagli Intronati passò nelle mani dell'Accademia dei Rinnovati che ne aveva raccolto l'eredità. Assunta la beneaugurante denominazione, fu ceduto, nel 1935, al Comune, che ha provveduto non senza difficoltà ad un'attenta gestione fino a oggi, di tanto in tanto inserendovi aggiustamenti o ammodernamenti. Rattoppare non era più sufficiente. Dopo quattro anni di intenso lavoro - sotto la guida dell'architetto Ettore Vio - ecco riaprire il Teatro dei Rinnovati, chiamato a cambiar pelle senza tradire la sua essenziale armonia e la sua elegante misura: gli 88 palchi potranno accogliere 246 spettatori, nelle poltroncine ne potranno sedere al massimo 246. Si disporrà di un ulteriore ingresso, è abolita ogni barriera architettonica, allargato il golfo mistico, innalzata la platea ora pavimentata in rovere per consentire miglior visibilità. La Fondazione Mps si è accollata gli oneri per circa 8 milioni. E per la festa d'inizio - domani 3 giugno, ore 20,30 - è stato scelto un testo che più indovinato non si poteva: la commedia d'esordio degli Intronati, «Gl'Ingannati», «recitata ne giuochi pubblici del carnovale» del febbraio 1532. Alessandro Benvenuti indosserà le vesti del narratore, mentre Maurizio Panici, regista, controllerà con occhio esperto i risultati di un vitale laboratorio, che ha annoverato la partecipazione d'un mucchio di giovani interpreti attivi a Siena. Quasi a ripetere la gioiosa impresa collegiale di secoli addietro, senza prosopopea di protagonismi e con ammiccante «allegrezza», al solo scopo di mostrare «quanto - spiega il Prologo - possa il caso e la buona fortuna nelle cose d'amore». Nella cangiante metamorfosi di un tanto mutevole spazio le parole risuoneranno della loro antica pronuncia.