Roma. A mettere i puntini sulle "i" del nuovo (e molto criticato) Codice dei Beni culturali, in vigore dall'inizio di maggio, e a scendere in sua difesa è stato Salvatore Settis, lo studioso del Giorgione che, oltre a essere una firma eminente di Repubblica, è anche l'ex direttore del Getty Institute for the History of Art di Los Angeles e l'attuale direttore della Normale di Pisa. Bisognava trovarsi nella sala lettura della Casanatense, la secentesca biblioteca nel cuore gesuitico di Roma, per assistere a una piccola lezione di civiltà offerta da Settis nel presentare il Codice a fianco di Sabino Cassese. Una tregua alla rissa politica permanente, in nome della "riconquista del classico quale stimolo a comprendere il diverso" (è la tesi dell'ultimo scritto di Settis, pubblicato da Einaudi: "Futuro del classico", 127 pagine, 7 euro). Ringraziato Giuliano Urbani per "la più inattesa telefonata della sua vita", che diede inizio alla collaborazione tra il ministro e il suo censore, Settis ha ricordato di aver seguito tutte le fasi di preparazione del Codice e di ritenerlo un "solido punto di partenza", malgrado il dissenso su alcuni punti, per esempio sul principio (a suo dire "sciagurato") del silenzio-assenso da parte dei soprintendenti alle dismissioni di beni demaniali, o sulla sempre "sciagurata" distinzione tra tutela e valorizzazione, monstrum italicum di fronte al quale "il direttore del Metropolitan Museum si metterebbe a ridere". Ha difeso il nesso dell'art. 9 della Costituzione che in due commi collega la tutela del patrimonio alla promozione della cultura e della ricerca, e ha messo in guardia dalla sventatezza della proposta di modifica da parte degli animalisti, che invece vorrebbero includere nella tutela del paesaggio e in quella del patrimonio "la dignità degli animali". Poi, con il disincanto di un "dandy" che ha studiato il Bronzino nei saloni liberty della Flick Collection, ha confessato: "Mi deprime vedere che vengono attribuite al Codice cose che non esistono". E ha sottolineato l'errore di quei commentatori che parlano di dismissioni del patrimonio attribuendo al governo Berlusconi responsabilità dell'Ulivo (vedi il famoso decreto Melandri 283 del 2000, "Regolamento recante disciplina per le dismissioni del patrimonio artistico") o fingendo di ignorare la riforma del titolo V della Costituzione, approvata in Senato a Fine legislatura nel 2001, con soli quattro voti di maggioranza, e dalla quale origina la concorrenza Stato-regioni e il conflitto normativo che il Codice cerca di risolvere. Settis si è astenuto dal citare Arturo Carlo Quintavalle, l'oltranzista dei Beni culturali, flagello, sin dai tempi di Spadolini, di tutti i ministri che siedono al Collegio Romano. Ma che ce l'avesse con lui e col Corriere della Sera che ha pubblicato in prima pagina un suo articolo allarmistico ("A leggere i 184 articoli del codice si ha l'impressione che un secolo di lavoro delle soprintendenze, un secolo di tutela venga messo completamente in discussione, col rischio che l'Italia perda la sua immagine e la sua storia in favore di un esercito di speculatori") l'ha spiegato subito dopo il ministro. Dal colabrodo alla pentola Urbani ha parlato di autolesionismo. Ha difeso il Codice come strumento di democrazia, che toglie agli specialisti l'esclusiva tutela del paesaggio e del patrimonio per metterla in mano ai cittadini. Ha accettato il principio del silenzio-assenso, dopo averlo rifiutato come forma intimidatoria: il sopritendente, stando alla Gazzetta Ufficiale del 3 marzo, dispone di tre mesi di tempo per bloccare la vendita di un bene demaniale. E la sua decisione è già filtrata dal ministero, visto che è la Direzione generale a fornirgli la lista degli immobili pubblici d'interesse culturale. Ha ribadito l'urgenza del Codice di fronte alla "normativa colabrodo". Ma a nulla è valsa la perorazione. Delusa dalla mancata conferenza stampa, l'inviata dell'Unità, che s'era preparata molte domande, così ha riassunto: "Urbani qualifica la normativa precedente, dalle leggi Rosadi Rava del 1909, passando per la Bottai del '39, e via seguendo 'norme colabrodo', mentre la sua è 'una legge pentola'".