Il fatto che certe parti del fregio del Partenone si trovino oggi in Inghilterra è un esempio di arroganza imperiale chiaro come il marmo. «Più vasti e più vasti ancora saranno i tuoi confini»: non contento di reclamare la sua sovranità su altri Paesi, l'Impero Britannico si è appropriato dell'arte che racchiude l'ethos, la storia, la mitologia religiosa e le fondamenta di un popolo. La dubbia eticità della scelta da parte di un museo nazionale britannico, all'alba del XIX secolo, di acquistare il patrimonio di un altro paese senza domandarsi come e per mano di chi questo sia finito sul mercato, era chiaramente giustificata, nonostante qualche controversia, in nome della stessa arroganza imperiale. Ma quello era il passato. Una restituzione, oggi, nel XXI secolo, si fonda (giustamente) su basi che vanno oltre quelle puramente legali: sull'ingiustizia di un colonialismo mascherato da una semplice acquisizione di opere d'arte. Per prima cosa, dovremmo smetterla di parlare di «marmi Elgin». I marmi non appartengono e non sono mai appartenuti a lord Elgin; non è quella la loro origine. Come Hitchens mostra con urgenza e passione, vi sono sezioni dei marmi del Partenone che lord Elgin, ambasciatore britannico in Grecia durante il tardo regime ottomano, strappò direttamente dall'antico fregio del Partenone sull'Acropoli di Atene. Data l'origine, quindi, si può affermare con certezza che i marmi appartengono alla Grecia. Ma in quanto rappresentativo della cultura dell'antica Grecia, culla degli ideali dell'umanesimo e della bellezza nell'arte, si può argomentare che il fregio del Partenone appartiene al patrimonio culturale del mondo intero, a tutti noi che anche inconsapevolmente ricaviamo da esso qualcosa della nostra estetica democratica. Da una tale argomentazione ne deriva un'altra: dove dovrebbero essere esposte simili forme d'arte, di «proprietà » di tutta l'umanità per il ruolo avuto nell'evoluzione della specie? Dov'è che la maggior parte di noi potrebbe godere di una vista così illuminante? La risposta «il British Museum di Londra» ci riporta alle vestigia dell'Impero e all'assunto secondo cui la Gran Bretagna sarebbe la mecca del mondo, e che dunque lì, più che in qualsiasi altro luogo sulla Terra, il fregio del Partenone può essere apprezzato da più persone, provenienti dal maggior numero di paesi del mondo. Non conosco le statistiche relative alla quantità di visitatori di Atene e di Londra. Quello che so, poiché sono una dei milioni di persone che non vivono né in Inghilterra né in Grecia, è che nessuna delle due grandi città è la meta ideale per una tranquilla gita culturale domenicale. Per gran parte della popolazione mondiale, sono destinazioni altrettanto difficili da raggiungere. Anche per chi ha i mezzi per viaggiare, la scelta di una delle due dipende da quella di un itinerario preciso: sono entrambe lontane, «all'estero». Per cui se più persone abbiano l'opportunità di vedere i marmi del Partenone isolati dal loro contesto a Londra piuttosto che ad Atene, è un criterio per la scelta della loro ubicazione che ha senso solo per le classi privilegiate. Essi sono il Dna artistico dei greci, e a essi appartengono. Se i marmi sono, come è il caso, anche di tutti noi che abbiamo ereditato una tale prova della creatività umana nella nostra evoluzione, e non vi è alcun luogo della Terra dove possono essere ammirati direttamente da tutti, dove altro dovrebbero stare se non nel luogo dove furono creati? Uno degli argomenti, oltre a quello capzioso della disponibilità, addotti da coloro che vorrebbero mantenere i marmi del Partenone al British Museum, è che restituirli al loro paese d'origine darebbe il via a un esodo forzato dei tesori stranieri da tutti i musei in cui si trovano le maggiori opere d'arte. Senza dubbio, questo sembrerebbe negare il principio stesso dei musei d'arte: diffondere l'apprezzamento dell'universalità nella diversità dell'arte come profonda espressione della creatività umana, nelle sue visioni più diverse, a opera delle persone più diverse nei luoghi più vari del passato e del presente. Tralasciando questo scenario drammatico che vedrebbe i musei svuotati di gran parte delle opere lì presenti, si può essere comunque disposti ad accettare che esemplari artistici di altre culture, purché siano oggetti integri, non saccheggiati dal loro contesto originario ma acquistati legalmente, dei quali esistono numerosi esempi nei loro paesi d'origine, possano essere posseduti onorevolmente da musei stranieri. «Oggetti integri»: questo è senza dubbio un criterio decisivo da prendere in considerazione nel caso dei marmi del Partenone. I marmi «Elgin » sono sezioni, capitoli di pietra, recisi da una meraviglia artistica: una narrazione brutalmente interrotta nel suo legittimo luogo d'appartenenza. La magnifica coerenza di una delle maggiori opere d'arte della storia incredibilmente sopravvissuta fino a noi è stata così, in quanto opera d'arte e in quanto unità con un suo significato specifico, negata e distrutta. Il fregio scampato a invasioni, conquiste, alla profanazione dei regimi religiosi cristiano e musulmano, a trecento anni di dominazione ottomana, è stato fatto a pezzi. Fortunatamente, la coerenza di un tempo può e deve essere restaurata. La restituzione alla Grecia dei capitoli di marmo della narrazione del fregio del Partenone da parte del British Museum sarebbe una conquista per la Grecia e per l'umanità intera.