Il 6 giugno apre al pubblico a Venezia il Museo di arte contemporanea di Punta della Dogana, realizzato dall'imprenditore-collezionista Franacois Pinault (patron di Palazzo Grassi) per esporre le proprie collezioni d'arte contemporanea, e ristrutturato dall'architetto Tadao Ando. La storia di questo recupero è raccontata da Francesco Dal Co nel volume «Tadao Ando per Francois Pinault» in uscita a giugno per Electa (pagg.240, 55,00). Prefato da Monique Veaute (direttrice di Palazzo Grassi), il libro contiene una lunga intervista a Pinault di cui anticipianio urto stralcio. Monsieur Pinault, lei è un imprenditore di successo e un appassionato collezionista. Come si relazionano questi due aspetti della sua vita al di là delle più ovvie implicazioni e come ha iniziato a interessarsi all'arte contemporanea? Ho iniziato ad appassionarmi all'arte una quarantina d'anni fa, quando, in occasidne di una visita a una galleria d'arte, ho visto un quadro di Paul Sérusier che mi ha colpito e che ho acquistato. Da allora il mio occhio si è esercitato e mi sono interessato sempre più alle creazioni del mio tempo. La frequentazione dell'arte fa ricordare il fulgore e la fragilità della vita. Un'opera d'arte è espressione di un'intelligenza creatrice cosciente che respinge costantemente i limiti imposti, o, in altre parole, che ci fa uscire dal tranquillo torpore delle nostre abitudini. La potenza di un'opera d'arte è il prodotto di un'espressione libera da qualsivoglia costrizione utilitaristica. Questo è sempre stato il mio approccio all'arte. L'arte mi porta a fare delle scelte e a correre dei rischi. E' vero anche che nella vita di un imprenditore il rimettersi in discussione e il correre dei rischi sono costantemente presenti. Resta il fatto che nell'ambito dell'arte l'emozione è di primaria importanza, mentre negli affari essa viene considerata, in generale, con sospetto. Il suo interesse per l'arte si limita alle produzioni artistiche contemporanee? Vi sono aspetti dell'arte del passato che la interessano e che l'hanno spinta a dedicare le sue attehzioni all'arte che viene prodotta nei medesimi anni in cui lei ne può osservare il divenire? Sono dell'opinione che non ci siano cesure nell'arte. Gli artisti contemporanei meritano che ci si soffermi sul loro lavoro come su quello dei loro illustri predecessori. Come disse Hannah Arendt, l'opera d'arte si insedia in un'immortalità potenziale. Quando ho cominciato a collezionare, inizialmente mi sono interessato agli artisti di fine Ottocento, prima di scoprire l'astrazione, che mi ha aperto altri territori. E quindi in modo del tutto naturale che mi sono rivolto all'arte del mio tempo e al processo creativo contemporaneo. Da sempre la creazione contemporanea suscita perplessità, se non addirittura rifiuto. In generale, il gusto spinge il pubblico a rivolgersi più volentieri verso ciò che è rassicurante. E' inevitabile poiché la modernità si manifesta come una successione di rotture. E sono queste rotture che mi interessano. In che misura lei ritiene che l'arte - e naturalmente vorrei ci limitassimo a parlare dell'arte contemporanea - sia al contempo espressione di un gusto e formatrice di gusti? Nel senso più comunemente condiviso, il gusto è il prodotto di un accumularsi di determinismi: il determinismo culturale, il determinismo storico, o anche molto semplicemente quello legato alla soggettività individuale. Spesso esso si basa su criteri convenuti, su consensi comodi e un pò pigri. Ora, l'arte non si ribella forse giustamente alle imposizioni e ai compromessi? La sua insubordinazione alla tirannia del gusto si esprime in modo ancor più radicale nell'arte contemporanea, anche se, in fondo, è sempre esistita. Prenda La vecchia, una magnifica opera di Giorgione esposta alle Gallerie dell'Accademia a Venezia, il cui soggetto è la vecchiaia e la bruttezza. E' un quadro di grande valore estetico, ma non lusinga il gusto nel senso comune del termine. Per esprimere la propria sensibilità estetica un amante dell'arte deve superare i sentimenti scontati che derivano dal gusto dominante. E proprio la sensibilità che l'arte riesce a svegliare. Se l'arte ha un valore supremo, è proprio quello di rendere lo sguardo ancora più libero. Laddove la percezione delle opere è ostacolata, per molti nostri simili, dal peso delle convenzioni, diviene trasparente e fluida per l'artista. L'artista è dotato di quel sovrappiù di sensibilità che gli permette di afferrare l'individualità degli esseri e la singolarità delle situazioni. Per queste ragioni non ha senso voler convertire gli altri all'ordine estetico. Il giudizio estetico rientra nel campo della libertà, del libero arbitrio e della convinzione profonda. Ma l'arte è anche una manifestazione della funzione del mercato che accompagno e sollecita la trasformazione dei gusti, delle mode e delle mentalità? L'amante dell'arte prende liberamente le proprie decisioni. Una collezione non può che essere animata da un impegno e da una passione autentica per l'arte, indipendentemente dalla dittatura delle autorità ufficiali, benché talvolta le prescrizioni del mercato influenzino le scelte e i desideri di alcuni. E' sempre stato così fin dalle corporazioni di pittori, dalle giurie accademiche e oggi conil mercato dell'arte, ci sono sempre state delle istituzioni deputate ad assegnare alla produzione artistica qualche riconoscimento ufficiale. Ma questa funzione ha solo in rari casi fatto la storia dell'arte. I capolavori del passato sono ormai archiviati e per la maggior parte nei musei, tra l'altro, il valore artistico di queste opere è stato raramente riconosciuto dalle autorità ufficiali nella loro epoca. Vi è una specificità che distingue il mercato dell'arte contemporanea da quello che regola la circolazione delle opere delpossato, delpossato vicino e di quello lontano? E vero che c'è stata un'infatuazione per le opere d'arte contemporanea, specialmente negli Stati Uniti, che è stata probabilmente legata all'emergere di fortune accumulate rapidamente, e in certi casi si sono verificati dei comportamenti irrazionali. Ma se la si considera da un punto di vista storico la situazione attuale non ha nulla di particolare. La vendita della collezione di re Carlo I d'Inghilterra nel 1641, di cui Mazarino è stato uno dei più grandi acquirenti, ha rappresentato un avvenimento importante, in un contesto chiuso. In seguito, la vendita della collezione dell'associazione «la Peau de l'Ours» in Francia nel 1914, in cui un gruppo di appassionati aveva raccolto, fra gli altri, dei Picasso, dei Bonnard, dei Van Dongen, ha raggiunto una quotazione che ha segnato un record assoluto per degli artisti viventi, suscitando le più aspre critiche. Oggi la circolazione delle informazioni fa sì che gli eventuali eccessi producano un'eco ancora maggiore. Ne amplifica l'effetto. Ma si tratta di una dimensione secondaria, anche se le somme in gioco sono importanti. Io credo che coloro che investono nell'arte si sbaglino, perché l'arte finisce per vendicarsi. Nel passato i grandi mecenati riservavano i loro favori a pochi artisti prediletti. Nel Novecento le cose sono un po' cambiate. Nel 1940 circa, se non sbaglio, Peggy Guggenheim dichiarò di «voler comperare un quadro al giorno» e si presentò a una festa indossando «un orecchino di Tanguy e uno di Calder per dimostrare la sua imparzialità tra l'arte surrealista e quella astratta». Lei si sente in qualche misura erede di questa tradizione che ha modellato la figura del mecenate che affronta la babele dei linguaggi parlati dell'arte collezionandoli tutti? - L'arte lascia liberi. Con l'arte l'uomo mette alla prova la sua capacità di pensare il singolare. Occuparsi d'arte non è pretendere l'esaustività. Le mie scelte riflettono il mio sguardo, la mia curiosità, i miei impegni e i rischi che mi assumo. Quella che ho raccolto non è una collezione costruita con uno scopo sistematico. L'idea non è quella di moderare la forza delle mie scelte con impossibili sfumature di equilibrio o con considerazioni d'imparzialità o di campionamento geografico. Nel mio caso non vale alcuna necessità particolare se non quella di possedere un'opera che amo. Mi interessano i giovani artisti e parallelamente continuo a sostenere gli artisti che seguo già da tempo.
il Sole 24 Ore
31 Maggio 2009
VENEZIA - Benvenuti a Punta dell'arte
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