Due urbanisti intervengono sulle questioni legate al terremoto. Un'analisi delle violazioni ambientali e non solo. E l'idea di ripartire coinvolgendo nella discussione le popolazioni locali, ora tagliate fuori dal governo È assai probabile che gli effetti del sisma di L'Aquila e dintorni siano stati esasperati dal mix di negligenza ed arroganza che ha contraddistinto molti dei soggetti competenti per tutto il periodo precedente l'evento disastroso, cioè di durata dello "sciame sismico" (che presentava pure picchi di intensità anomali per uno sciame), a partire dal dicembre 2008 e che sembra proseguire nelle prime proposte programmatico-istituzionali di ricostruzione. Nel post-terremoto - specie adesso che l'effetto choc tende a dissolversi - questo atteggiamento va trasformandosi nell' "occupazione spettacolarizzata e repressiva" dello scenario della tragedia, trasformata in set per le "azioni eroiche" del presidente del Consiglio. Un contesto in cui, invece di alleviarsi, spesso si accentuano i disagi, non solo per le diverse tipologie di vittime (senza casa, sfollati, ecc.) ma addirittura anche per enti e soggetti, istituzionali e volontari, addetti ai soccorsi. Con l'eccezione di quella parte di "Protezione Civile" inserita nel "cast" dello spettacolo messo costantemente in onda dai media posseduti o controllati dal Cavaliere (che adesso sembra debbano raggiungere l'apoteosi con l'idea - invero bizzarra - di svolgere il G8 all'Aquila, addirittura in una caserma posta sopra uno dei segmenti più dinamici di faglia assai attiva!) In questo quadro si registra, purtroppo, anche l'affollarsi di tecnici e studiosi attorno ad opzioni (vedi la new town, per adesso abbandonata) talmente avulse e lontane dalle reali esigenze del contesto da porsi come "chiacchiere risolutive e amplificate" di un problema rispetto al quale non si è in realtà capaci di agire. Con la differenza che, in questo caso, il quadro è tanto grave e drammatico da rendere inaccettabile qualsiasi ammissione di denuncia e di reazione. Nel seguito del presente documento ricordiamo i possibili errori - dovuti a pigrizia, incapacità o arroganza - che potrebbero avere amplificato gli effetti negativi del disastro nel periodo immediatamente precedente l'evento del 6 aprile, analizzando le conseguenze del mancato rispetto delle regole sulle strutture urbane e ambientali. Quindi proporremo una riflessione sulle diverse tipologie di intervento ora possibili, su cui peraltro il dibattito è aperto e intenso - ed evidenzia come anche questo disastro denunci il beffardo paradosso contenuto in istanze deregolatrici tuttora in campo, come il cosiddetto "Piano Casa". Ancora, sottolineeremo le incongruenze e le inadeguatezze contenute nelle prime proposte programmatico-istituzionali avanzate dal Decreto governativo di fine Aprile, avanzando infine una proposta di azione alternativa per la RNM, da gestire con altre soggettività scientifiche e socio-politiche con forti esperienze sul tema e, soprattutto, insieme agli abitanti dell'Aquilano. "Sisma imprevedibile", ma i crolli no Non crediamo utile, al momento, prendere alcuna parte nel dibattito - assai vivace tra gli esperti del settore - sulla "prevedibilità" dell'evento. Tuttavia non si può sottacere un certo "eccesso di inazione" che ha caratterizzato tutta la vicenda precedente l'evento catastrofico, coperta dalla potenza - soprattutto mediatica - delle posizioni (scientifiche e pseudo-tali) che propendono per l'imprevedibilità. Peraltro, ammesso e non concesso che l'evento sismico non fosse strutturalmente prevedibile, per intensità, caratteri e tempi, con modalità tali da giustificare evacuazioni di massa, appare viceversa sempre più chiaro come i segnali, circa la perdita di sicurezza e stabilità, forniti da molti edifici - privati e purtroppo anche pubblici, e in qualche caso densamente abitati al momento del disastro - siano stati colpevolmente trascurati nei giorni immediatamente precedenti il terremoto; e questo nonostante i continui allarmi, le denunce e le riunioni convocate ad hoc anche di organismi istituzionali come la Commissione Grandi Rischi. L'allargarsi improvviso - denunciato prima e raccontato oggi da esperti e tecnici locali - di fessure, crepe e lesioni in edifici costruiti anche di recente avrebbe dovuto comportare la realizzazione immediata dei necessari sopralluoghi e rilievi, ma da parte del personale competente (Enti territoriali e Protezione Civile), e non di "lavoratori addetti ad altro" che si improvvisavano periti edili; cosa che avrebbe potuto portare a un numero limitato di sgomberi, oltre che all'allestimento di un certo quantitativo di attrezzature pronte e mirate, scongiurando l'esasperarsi di una tragedia già gravissima. Così non è stato: esistono - anche in questo - responsabilità assai pesanti che vanno individuate e opportunamente sanzionate. Molta parte dell'opinione pubblica "scopre" soltanto adesso che gli effetti disastrosi del sisma sono stati assai ingigantiti, se non in gran parte determinati, dal mancato rispetto delle regole - edilizie, urbanistiche, ambientali, di consistenza dei suoli. Una circostanza assai negativa presente in molte realtà territoriali nazionali, specie nelle regioni del Sud, che si svela drammaticamente ad ogni disastro - alluvione, frana, uragano o terremoto che sia. Mancato rispetto delle regole edilizie Su questo punto si stanno concentrando le indagini della magistratura. Molti edifici erano segnati da cemento armato "depotenziato", ovvero carente in cls o in armatura o in ambedue gli elementi. Un dato rilevato nel caso di diversi eventi calamitosi, fin dal terremoto del 1980 in Irpinia, con fenomeni che interessano oggi anche infrastrutture importanti di interesse nazionale (A3 o Autostrade siciliane). La tendenza a "risparmiare" negli elementi principali di struttura dei manufatti è rapportabile al peso crescente delle variabili finanziario-speculative rispetto alle destinazioni finali degli stessi; l'attuale struttura del mercato immobiliare spesso non richiede una immediata utilizzazione di buona parte del costruito: se la destinazione di breve-medio periodo del vano è il mercato finanziario piuttosto che l'utilizzo, è chiaro che aumenta in maniera abnorme l'importanza dei tempi e costi di costruzione rispetto alle necessità di sicurezza e alla qualità tipomorfologica e strutturale degli edifici. Queste tendenze sono spesso ulteriormente esasperate dal controllo che la criminalità organizzata esercita nel settore delle costruzioni (specie in alcune regioni): motivo di "ulteriore risparmio", ovvero di carenze e precarietà costitutiva dei materiali utilizzati. Mancato rispetto urbanistico I rischi di evento sismico (come del resto idrogeologico) comportano un'attenzione speciale agli aspetti urbanistici. Gli standard nazionali e regionali - stabiliti dalle normative in termini di: distanze degli edifici, altezze, rapporti di copertura, presenza di percorsivie di fuga, presenza di piazzespazi apertipunti di raccolta o rifugio - andrebbero, infatti, incrementati e dimensionati, oltre che territorializzati in funzione dei contesti urbani di riferimento e delle loro caratteristiche. Tale criterio progettuale e normativo - il cui rispetto è conditio sine qua non nelle zone a rischio - è invece purtroppo quasi sempre disatteso: con il risultato di danni anche per i manufatti a norma per quanto riguarda la consistenza della struttura edilizia; gli esempi di versanti interi di cemento crollati, presenti nelle immagini provenienti dall'Aquilano, indicano proprio questo: gli edifici instabili hanno spesso travolto anche quelli a struttura consistente. Mancato rispetto dell'ambiente La crescita urbana intensa e spesso abnorme, nel suo produrre deterritorializzazione, ha quasi sempre rotto e talora distrutto i cicli biogeochimici, gli apparati paesistici e gli ecosistemi dei contesti di riferimento. Si sono urbanizzati intensamente versanti, sponde e alvei fluviali, aree di esondazione, litorali e vie di fuga alluvionali. Tutto ciò si risolve in un ulteriore indebolimento dei meccanismi di difesa del suolo. La destrutturazione ecopaesistica di suoli e sottosuoli provoca infatti degrado delle componenti organismiche che finiscono per compromettere anche la consistenza dei tessuti abiotici e rendono più fragile tutto il sistema. La carrying capacity dei diversi contesti ambientali non viene quasi mai rispettata. Mancato rispetto dei suoli Il combinato dei punti precedenti risulta in un generale abbassamento della difesa dei suoli anche in termini di sicurezza e consistenza. Contesti già indeboliti da rotture dei cicli biogeochimici e degli ecosistemi vengono ulteriormente stressati dalle caratteristiche dimensionali e tipomorfologiche dell'insediamento, e in specie anche dal sottodimensionamento della struttura portante degli edifici. Il risultato è la perdita di sicurezza complessiva dei suoli e degli insediamenti. Distanti dalla logica del "Piano Casa" Il dibattito sui modelli di ricostruzione dovrebbe tenere conto degli esiti delle esperienze analoghe già registrati, evitando gli approcci che sembrano voler affrontare un problema, laddove in realtà sono mirati ad altro: come la proposta di "New Town", avanzata nei giorni immediatamente successivi al disastro e oggi accantonata, destinata soprattutto a legittimare la realizzazione di nuove edificazioni in un Paese già segnato da sovrabbondanza di offerta edilizia, seconde e terze case, vani vuoti riservati per il mercato immobiliare, oltre all'iperconsumo di suolo e alla perdita di paesaggio. In generale, anche quest'ultimo evento conferma quanto sia un errore, viste le condizioni ecoterritoriali del Paese, pensare a provvedimenti ulteriormente deregolativi, quali il cosiddetto "Piano Casa" del Governo che, al di là di qualche miglioria apportabile dalle Regioni, resta complessivamente contrario alla richiesta di regole, non di deregulation, di cui oggi c'è grande esigenza, e che proprio per questo andrebbe abbandonato. Oltre a tenere in grande considerazione le istanze degli abitanti, i modelli ricostruttivi andrebbero improntati al rispetto di tipologie morfogenetiche originarie dei centri, evitando ulteriori sprechi e consumi di suolo. Il felice esempio del Friuli dimostra che la riproposizione dei modelli abitativi e insediativi preesistenti è sempre gradita dagli abitanti, anche perché riduce l'impatto sociale e psicologico dovuto a eventuali manufatti diversi. Tali disagi si aggiungono, per i soggetti già colpiti, a quelli dovuti ai periodi di dimora in strutture precarie (tende o baracche) o provvisorie (prefabbricati) e all'attesa dell'abitazione definitiva. Al contrario, le prime proposte programmatico-istituzionali del Governo - anche per quanto è contenuto nel decreto relativo alle prime operazioni da avviare - disegna un modello ipercentralizzato: esso è affidato, infatti, soprattutto alla Protezione Civile - che praticamente esclude non solo abitanti e istanze locali, ma addirittura anche gli Enti territoriali - e prospetta una razionalità simile a quella della Legge Obiettivo (ivi compresi i suoi errori marchiani, tra cui l'inaccettabile rinuncia al controllo sui subappalti). Tutto ciò in assenza di risorse economico-finanziarie adeguate: di certo, ci sono solo 700 milioni di euro per i primi nuclei prefabbricati - ciò che contrasta clamorosamente con il "commovente presenzialismo" del premier nel contesto. Ricostruire con gli abitanti Intendiamo avanzare un progetto di ricostruzione partecipata, in cui i modelli tipomorfologici, insediativi ed ecopaesaggistici siano condivisi dagli abitanti e rispondenti a criteri di riterritorializzazione, ovvero agli statuti dei luoghi. In questo senso - previo accordo con rappresentanti di associazioni e comunità locali - nelle prossime settimane si prevede di organizzare una serie di incontri anche nell'area interessata. L'affermazione delle istanze locali significa anche riallargamento degli spazi di socialità e della stessa agibilità democratica, in un momento in cui possibili strumentalizzazioni dell'emergenza in funzione di spettacolarizzazione mediatica e politica li stanno, invece, fortemente restringendo.
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