In Cina la cultura si tramanda attraverso i libri, le storie scritte, le cronache degli imperatori e dei ribelli. Per secoli, per millenni, non c'è stata storia materiale che abbia conservato le architetture e i monumenti come vestigia del tempo passato. C'era invece il mito della fenice: ogni dinastia che arrivava radeva al suolo il passato e costruiva i nuovi segni del suo potere e della sua bellezza. Ogni dinastia era un taglio estremo e radicale con il passato. La vecchia aristocrazia era perseguitata in massa e tutte le sue proprietà confiscate. In Europa le rivoluzioni non sono mai state così radicali. I nobili vivono negli stessi palazzi da secoli, e la Chiesa ha contribuito a mantenere questa continuità. Lo stesso è avvenuto con l'at'rivo al potere della «dinastia» dei comunisti, soprattutto da quando ha cominciato a maneggiare i primi soldi. La distruzione di Kashgar si inserisce in questa tradizione. Certo, a Pechino, alla Scuola Centrale del Partito, oggi insegnano conservazione dei beni architettonici e il Ministero della Cultura italiano ha collaborato al restauro conservativo della sala del trono, all'interno della Città proibita. Ma sono fenomeni elitari, che non sono diffusi nel Paese. Nel caso di Kashgar il sospetto naturalmente è doppio: non si tratta di radere al suolo solo un antico centro urbano, ma un simbolo stesso del separatismo della minoranza uigura della regione cinese del Xinjiang. Può essere inutile, controproducente, può essere un danno alla stessa cultura cinese, che non può rinunciare al suo pezzo di identità uigura, ma sta già avvenendo, e questo a meno di un anno da quando Kashgar è stata teatro di un tragico attacco terrorista all'arma bianca contro un plotone di poliziotti in esercitazione per strada. Le torri, i minareti i palazzi storici saranno abbattuti. Tutta la popolazione verrà risistemata in una grande opera di ri-urbanizzazione che potrebbe nascondere un sottile lavoro di rottura delle complicità di vicinato, quelle che aiutavano a nascondere eventuali terroristi. Ma alla fine, anche nella ipotesi migliore, la Cina rimarrà nei secoli più povera, mutilata della sua oasi protesa verso il Centro dell'Asia e il Mediterraneo.