Per Sandrina Bandera gli interventi di restauro sono improcrastinabili I ragazzi dell'Accademia attaccano: pronti a incatenarci contro il trasloco "Guardi che non voglio assolutamente entrare in uno scontro con l'Accademia». Vicenda rovente, quella di Brera. E Sandrina Bandera, Soprintendente per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici e Direttore della Pinacoteca di Brera, non cerca lo scontro, anche se è contenta di uscire dal silenzio. «So che la Pinacoteca ha dei problemi dice - ma ad esempio il Laboratorio di Restauro è un luogo disegnato dal famoso architetto Ettore Sottsass e realizzato con l'aiuto di Pirelli». Però sembra abbandonato. «Assolutamente no, ci lavorano tre restauratori che hanno vinto un concorso. Nessuno è milanese, ma sono professionisti ad altissimo livello. Lavorano a vista tutti i giorni. Se qualche volta non ci sono è perché sono in giro per consulti. Noi abbiamo opere in tutta la Lombardia, dalla Valtellina all'Oltrepo. Il laboratorio è nato per una tavola del Savoldo, fragilissima, che non si poteva muovere. E adesso è stata la volta dello Sposalizio della Vergine di Raffaello che non avevamo osato toccare per cinquant'anni. Io lavoro a Brera dal 1980, e si temeva che il restauro fosse troppo difficile. In questo modo abbiamo potuto procedere, senza spostare l'opera ma creandole intorno il laboratorio supertecnologico. D'altronde noi facciamo solo restauri modello, altrimenti nemmeno li prendiamo in esame». Ma anche lei ammette che la Pinacoteca così com'è non va. «Finora è stata pensata come un luogo dove i dipinti si espongono e basta. Ma adesso stiamo cambiando la filosofia del museo». Però lo spazio obiettivamente manca. «Manca eccome». So che lei non vuole entrare in polemica, ma il direttore dell'Accademia Gastone Mariani, che si oppone al trasferimento, dice che i loro tesori d'arte sono maggiori dei vostri. «Io non li conosco, tutti i tesori dell'Accademia. Conosco i nostri. Loro sicuramente hanno un patrimonio che va dalla fine del Settecento in poi. Il nostro data dal Duecento, e comprende anche cose moderne, degli anni Cinquanta, come nel caso dell'ultimo acquisto della collezione Zavattini. Ma l'arte non si misura né in data né in provenienza dei dipinti. Sicuramente la Pinacoteca ha un carattere più universale, nasciamo come museo napoleonico, internazionale, che viene fondato in parallelo al Louvre. L'Accademia avrà raccolte dei propri maestri, forse delle donazioni, ma non è certo nata come museo». Cosa c'è nascosto nei vostri depositi sotterranei? «Moltissime cose di tutte le epoche, ma soprattutto dal 1400 in poi: leonardeschi, Luini mai esposti, sicuramente tanta pittura del Cinquecento. Tanto che l'anno prossimo tirerò fuori tantissime opere del Seicento lombardo e ne farò una mostra. In questa fase di avvicinamento al momento in cui ci espanderemo, sto cercando di tirar fuori dai depositi molte opere, fare restauri, stilare un catalogo scientifico». Quante sono le opere non esposte? «Nei nostri depositi interni abbiamo almeno seicento opere, quasi tutte pittoriche. Le sculture sono fuori». E quei quadri ammassati nelle teche di vetro? «Sono i nostri depositi interni, a vista. Sono climatizzati, tenuti in perfetto ordine, schedati, fotografati e controllati. Noi passiamo spesso i nostri lunedì, quando la Pinacoteca è chiusa, a fare i controlli con i restauratori. Anche perché per l'espansione ho bisogno di un programma di urgenza». Rifarete anche l'illuminazione? «Sì grazie a un generoso contributo del Comune, così come per tutte le opere esposte, grazie a un contributo di Pirelli, tutti i cartellini saranno rifatti entro l'anno, con un nuovo design e una nuova grafica, in italiano e in inglese. Io non ho finanziamenti in vista, ma siccome spendere soldi pubblici in un istituto pubblico è complesso, mi sto organizzando. Intanto l'11 giugno ci sarà una mostra di autoritratti di Bossi.