C'è una zona d'ombra a Napoli. Un posto che non è ancora riuscito a divenire un luogo della città, sentito dalla città, vissuto dalla città. Questo posto è il Pan, un luogo nelle intenzioni aperto ad accogliere le arti e a porsi come spazio di mediazione e di dialogo con le realtà artistiche. Tuttavia, a 5 anni dall'inaugurazione, soffre di un'evidente asfissia e di un'altrettanto evidente difficoltà nel riuscire a trarre buoni frutti dagli sforzi fin qui profusi, che pure, è il caso di dirlo, ci sono stati e hanno dato anche origine ad alcuni programmi interessanti, ma di cui pochissimi si sono accorti. Agli occhi di un osservatore attento, sembrano esserci una serie di cause per cui ci è accaduto. 1. Lo status giuridico e operativo del Pan, che continua a essere un settoreufficio del Comune di Napoli, con tutte le limitazioni che ne conseguono, dal punto di vista pratico ed economico e con tutte le inevitabili difficoltà che si sono poste al curatore prima e alla direttrice artistica poi. 2. La debolezza del prodotto e la debolezza del brand: che cos'è il Pan? Qual è la sua identità che lo rende unico e inconfondibile? 3. La debolezza del modello aziendale: un museo è un'azienda, che deve prevedere degli utili , che non necessariamente debbono essere solo di natura economica, ma possono essere anche di tipo culturale, didattico, divulgativo. Quale è la mission del Pan? 4. La mancanza (conseguenza e causa dei punti precedenti) di un piano e di una strategia di marketing. Cosa si promuove e come lo si promuove? Cosa si comunica e come lo comunica? 5. L'esistenza in città del Madre, nato più o meno contemporaneamente, dotato di una maggiore visibilità e di budget superiori. Agli occhi dei più, il Pan è un doppione poco utile o un parente povero. 6. La chiusura fisica alla città. Il Pan è poco accogliente. Dall' esterno pare sempre chiuso, con le finestre sbarrate e con l'ingresso iovisibile. All'interno luci fredde ad accoglierti, scale buie e sale grandi e tendenzialmente belle, ma con le napoletane chiuse e non schermate, come si fa normalmente. Sembra di entrare in uno di quei salotti con le tapparelle abbassate e i divani coperti dai teli bianchi e un odore di tanto tempo prima. Chi ne ha la responsabilità politica, Nicola Oddati, assessore comunale alla cultura, è intervenuto ultimamente in più occasioni e ha ipotizzato un futuro possibile per il museo, sostanzialmente basato su tre elementi: l'inserimento del Pan nell'ambito del Forum delle Culture, cosa che ovviamente dovrebbe apportare quelle risorse economiche che oggi non ci sono; la collaborazione con gli artisti che operano a Napoli, coinvoigendoli in varie iniziative, ma evitando di far diventare i saloni del Pan la loro sala espositiva permanente; la nomina di un nuovo direttore, a tempo debito ed esaminate varie candidature (perché attualmente il Pan è privo di direttore artistico). È evidente che, secondo questo schema, il Forum delle Culture costituisce la chiave di volta. Nessuno dubita dell'impegno in tal senso di Oddati, il quale ha mostrato sempre attenzione per il Pan. Tuttavia, sorgono spontanee alcune domande. Se il percorso di sviluppo ipotizzato dovesse fallire, quale sarà il destino del Pan? Ci si penserà poi (e saranno problemi della prossima amministrazione comunale) o esiste, come dovrebbe, un piano alternativo?Al contrario: ammesso che il piano riesca, quale sarà l'asset e la struttura che si darà al museo? Quale sarà il prodotto Pan? A che pubblici si rivolgerà? Sarà un luogo generalista o un luogo dall'identità forte e inconfondibile? Quali saranno la sua mission, la sua offerta, la sua strategia di marketing e di promozione? E, soprattutto, una volta finito il Forum e con esso i soldi, come si governerà il Pan, come andrà avanti? Sia chiaro: nessuna di queste domande è pretestuosa. Chi scrive è convinto che il Pan abbia delle potenzialità enormi, che attorno a esso si possa costruire un polo musealedidattico attrattivo dell'area di Chiaia, coinvolgendo le strutture e le istituzioni pubbliche e private che già esistono e operano su quel territorio. Con tutte le evidenti ricadute positive per il commercio e per la vivibilità dell'area che ci comporterebbe. Ma c'è preoccupazione e le parole di Oddati non rassicurano. Non perché egli sia mendace, naturalmente, ma perché, purtroppo, troppe volte in questa città ottime intenzioni e grandi progetti si sono tramutati in nulla e perché, troppe volte, alcune occasioni sono state colte male, se non malissimo (qualcuno ricorda la Biennal dei Giovani Artisti? Quanti sono quelli che si sono accorti che qui c'è stato il grande evento internazionale che continuamente, quasi ogni giorno, i nostri amministratori reclamano? A Barcellona, Torino, Roma e Atene la Biennal fu utilizzata come rilancio della città o di alcune sue aree, che oggi sono fra i principali centri della vita culturale di quelle metropoli. Eppure, quella di Napoli, appena tre anni fa, è stata una delle edizioni più ricche, se non la più ricca in assoluto). Allora una piccola proposta: perché non si pensa a un piano B? Perché non si lancia un bel concorso di idee per raccogliere progetti di gestione immediatamente cantierabili, che abbiano cioè la forza di far funzionare il Pan anche senza i soldi del Forum? O perché non si sceglie un direttorecuratoremanager o un piccolo comitato che abbia proprio questa missione, questo obiettivo, facendo nulla di più di quanto fatto con successo altrove?