Franco Miracco è portavoce del presidente della regione Veneto Giancarlo Galan La giunta Galan sostiene tutte le grandi fondazioni e gli appuntamenti in calendario La regione a fianco della Biennale e del Guggenheim La politica culturale promossa e sostenuta da una regione è questione assai più complessa e delicata di quella che può essere suggerita o proposta ad una città. Lo è perché non c'è autentica politica culturale senza che i promotori di questa non siano anche interpreti coscienti di quell'idea dì città che il «principe» sente politicamente come propria, in quanto capace di presentare quelle «opere» e quei «giorni» che diano senso ad un amministrare altrimenti sordo e muto. Cultura allora come capacità di ascolto, ma anche come possibilità di lasciar parlare, di trasmettere segnali, avvisi, allarmi, indicazioni di percorsi reali o di sentieri immaginari, fatta salva comunque la validità culturale e artistica della proposta. Elaborare tutto ciò su scala regionale è estremamente più arduo. Questo infatti può e deve valere per una città, ma, ripeto, nel caso di una regione sostanza e metodo non dovrebbero essere diversi. Ammesso che l'amministrazione al governo disponga di idee guida generali, in grado di far sintesi tra economia e cultura, tra infrastrutture materiali e infrastrutture immateriali. Nel nostro caso, ci sarebbe un qualche vantaggio: molte autorevoli voci da un certo numero d'anni in qua hanno definito il Veneto come una galassia urbana diffusa, come una sola, grande area metropolitana, al cui interno convivono bellezze immortali e vasti frammenti di un decadimento territoriale, figlio di una vitalità economica impetuosa, violenta, barbara, come usava chiamare l'energia del Veneto Goffredo Paris e di qui la necessità di non dimenticare in nessun caso la storia di una terra, che per più secoli fu al centro di un vasto impero in cui a prevalere, al di là dell'arte della guerra, furono sempre le arti nel loro insieme, quelle del commercio, della scienza, della diplomazia, della pace, attorno alle quali fiorirono pittura, architettura, scultura, la forma stessa di città, quella cioè che ancora oggi vediamo in diversi luoghi dell'Adriatico, e ben oltre di quanto un tempo si chiamava il golfo di Venezia. Ed è proprio questa origine, aperta fin da subito a migrazioni del corpo e della mente, ad avventure condotte sia nel mezzo delle più estreme durezze della realtà storica, sia tra le fantasticherie più affascinanti, a pretendere che il Veneto di oggi (ma è stato sempre così) sappia porre, l'uno accanto all'altro, l'interesse per la storia, per il patrimonio ereditato dalle vicende antiche, e lo sguardo rivolto a ciò che nel presente appartiene già al futuro. Non è un caso se in Veneto le arti moderne e contemporanee siamo presenti da ben oltre un secolo. Non è un caso se qui nacque la prestigiosa internazionale del commercio-artistico: la Biennale di Venezia, dove confluirono e confluiscono le più avanzate riflessioni estetiche, le più vitali proposte linguistiche in campo musicale, teatrale, cinematografico o in quello della danza della architettura. Come ignorare che Venezia è stata, nel corso del ventesimo secolo, la città in cui nacque e si sviluppò la più altera, saturnina, sorprendente musica contemporanea? E lo stesso si deve dire per quelle che da un po' di tempo si usa chiamare arti visive. Dunque, attenzione alla storia, da queste parti per davvero sconfinata ed eccelsa, ma contemporaneamente vocazione per tutto ciò che porta al di là degli irrigidimenti e che sia in grado di esprimere un trascinamento verso «le lucenti stelle» del domani. Siamo così diventati, come regione del Veneto, il secondo più importante sostenitore della Biennale di Venezia dopo lo stato. Siamo l'istituzione politica che affianca di continuo, e questo da anni, le grandi istituzioni culturali veneziane e venete: la Fondazione Cini, la Fondazione Guggenheim, la Fondazione Querini Stampalia, il Teatro la Fenice di Venezia, l'Arena di Verona, il Teatro Stabile del Veneto. Siamo impegnati in un avamposto dell'oggi e del domani impiantato nella cittadina di Caldogno, a pochi minuti da Vicenza, lì dove abbiamo messo assieme Andrea Palladio (Villa Caldogno) e le sperimentazioni o le conferme di una contemporaneità, che troverà in un vasto bunker lo spazio adatto per confronti ed eventi mai scontati. Nel contempo, a Vicenza scorrono, da decenni, studi, ricerche, momenti espositivi eccellenti che nuotano attorno agli immortali dell'architettura, da Palladio a Carlo Scarpa. E. altre metamorfosi tra storia e contemporaneità vengono già da tre anni proposte negli spazi di Villa Pisani a Stra, che sembra prestarsi come meglio non si potrebbe alle strategie spiazzanti delle pratiche artistiche attuali, che diventano evocatrici di emozioni estetiche impreviste, immerse come sono nelle feste dell'architettura e del paesaggio di ieri. Noi siamo, insomma, per connubi scaltri, spregiudicati, raffinati, capaci però di creare o proporre fertili rapporti tra passato e futuro, tra ciò che è nato qui e ciò che vi giunge da molto lontano. E questo in ogni espressione artistica: con le cose che propongono Bassano Opera Festival, Veneto Jazz o Arteven, che distribuisce in decine e decine di città i migliori prodotti teatrali nazionali e internazionali. Ovviamente, resta molto da fare, dato che ogni quartiere della metropoli veneta ha le sue consuetudini, i suoi santuari, i suoi serbatoi di novità, le sue ambizioni, risentimenti e sopravvivenze non escluse. Quartieri che si chiamano Padova, Belluno, Treviso, Verona, Castelfranco, Monselice, Vittorio Veneto, Rovigo. Evidente la necessità di compiere scelte e di promuovere e imporre esclusioni, che si rendono indispensabili quando ci troviamo in assenza di effettiva creatività, di idee autentiche, di progettualità coerenti e significative. Il futuro dovrà portare più organizzazione e capacità ancora più alta di programmare, evitando i giochi della banalità e le fuggevoli proposte di chi si impegna soltanto nello sfruttamento della cultura, dell'arte, del paesaggio, della storia che, in questo caso, vengono rappresentati come idoli, secondo noi tutti da evitare o da abbattere.