Per esempio, uno Chagall. Che, partito dal Banco di Sicilia, è disperso in qualche filiale Unicredit. Il caso più curioso di un mondo dell'arte parallelo. Che i grandi istituti gestiscono e mostrano. Oppure no Marc Chagall e Alberto Sughi. Carlo Carrà e Pietro Consagra. Sono tutti finiti dentro a una storia siciliana, raccontata in un rapporto partito da Palermo e destinato alla sede centrale di Unicredit a Milano. Mittente Giovanni Puglisi, numero uno della Fondazione Banco di Sicilia, confluita nel 2002 nella romana Capitalia e con questa, nel 2007, nella grande famiglia milanese di Piazza Cordusio. Un gruppo, quello dell'amministratore delegato Alessandro Profumo, che ha incorporato banche in tutta Europa, fino a contare su un capitale dl cento miliardi di euro. E su 60 mila opere d'arte - 23 mila quelle italiane che ne fanno il titolare di una raccolta tra le più preziose al mondo. Un patrimonio sterminato, che, una fusione dopo l'altra, riserva più d'una sorpresa. Come quella raccontata da Puglisi: la «scomparsa» da alcune ex filiali del Banco di 164 tele e 18 sculture. Tra queste: La danza, un disegno a china di Chagall e il Ritratto allegorico del banchiere Enrico Cuccia attribuito a Sughi, un Consagra e un Carrà. «Non dico che le tele siano state sottratte dolosamente da Unicredit» dice Pugliesi, che spiega di aver fatto filmare anche le opere della sede romana della banca, il secentesco Palazzo Mancini SaIviati con un bronzo di Antonio Canova e un Salvator Rosa. Il sospetto è, piuttosto, che siano state spostate in altre filiali del gruppo, sulla base di un'interpretazione troppo elastica della fusione. Sulla vicenda, nata forse per una serie di equivoci dovuti a una catalogazione incerta, è aperto un tavolo al quale siedono anche esperti indipendenti. Sono migliaia gli altri tesori custoditi nel caveau o che arredano le sedi delle banche: non le filiali frequentate dal correntisti, ma i sancta sanctorum degli uffici dl presidenza e dei consigli d'amministrazione. Palazzi come la direzione generale di Bnl in via Veneto a Roma, con La cascata delle Marmore, l'unico Corot di proprietà di privati, e un Paesaggio di Moranti, le Ninfe al torrente di De Chirico in un corridoio accanto a un ascensore, il Pugilatore a riposo, copia romana del II secolo nella stanza del presidente Luigi Abete, due Afro in quella del capo relazioni istituzionali Anna Boccacci e un Canaletto nella Sala del comitato. Gli studiosi possono concordare una visita precisano in via Veneto. Pienamente accessibile è invece il Martirio di Sant'Orsola di Caravaggio di Intesa San Paolo (unica banca a possedere due tele del genio barocco: l'altra è Le sette opere di Misericordia, portata in dote al gruppo da Torino), restaurato dalla banca nel 2005 e visitabile al Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli. Ma restano in cassaforte le collezioni del Novecento: Boccioni, Balla, Mafai, Pomodoro... Vero fenomeno carsico, le raccolte che le banche hanno ereditato dalle fondazioni azioniste e che per un 10 per cento provengono da debitori insolventi, emergono in occasione di eventi rari ma di grande successo, come dimostrano le centinaia di visitatori a Palazzo Koch a Roma (Banca d'Italia) per l'ultima giornata del Fai e le migliaia all'Invito a palazzo dell'associazione delle banche italiane, che ogni anno in autunno spalanca le porte di 85 palazzi di 50 istituti in 47 città e ora sta pensando di raddoppiare l'appuntamento. Al di fuori di queste occasioni, restano una sessantina di cataloghi, con quelli dei gruppi maggiori pubblicati anche sul web. Per fortuna non mancano i prestiti a mostre e musei: una ventina l'anno quelli concessi da Bnl, una trentina quelli di Intesa. Tra i più recenti, due Burri, Sabbia del 1952 e Rosso nero del 53: «Uno proviene da Intesa, l'altro dal San Paolo: ora chi vuole esporli non deve chiederli in prestito a due banche ma a una» dice Fatima Terzo, responsabile cultura di Intesa. Che possiede 20 mila opere, con parte delle quali ha allestito il museo di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza, e porta avanti dal 1989 un ambizioso progetto di restauro di capolavori classici. Ma le banche che hanno il maggior numero di capolavori sono anche il primo mecenate privato italiano. Molto attiva nel contemporaneo è Unicredit, partner del Castello di Rivoli e del Mart di Rovereto, del Mambo di Bologna, di Artissima a Torino e della Fondazione Arnaldo Pomodoro. Settantaquattro fondazioni hanno donato nel 2007 430 milioni per restauri o mostre. «E faremmo molto di più» spiegano Terzo di Intesa e Boccacci di Bnl «se si defiscalizzassero gli investimenti nel settore, come ogni tanto propone qualche ministro». L'idea di aprire musei interamente finanziati dalle banche continua, complice la crisi, a restare tabù. Così, mentre in Germania si festeggiano i 12 anni del Deutsche Guggenheim, nato dalla collaborazione di Deutsche Bank e Fondazione Guggenheim, da noi si ricorda lo scetticismo con cui Cariplo accolse nel 2007 la proposta di Vittorio Sgarbi, all'epoca assessore alla Cultura di Milano, di tirar fuori dal caveau la Danza delle ore di Previati e le altre opere per allestire un museo ad hoc. Di recente, anche Puglisi ha proposto a Profumo di trasformare Palazzo Mancini Salviati in un contenitore d'arte. Ma spiegano da Milano che «al momento la nostra politica non è aprire l'ennesimo museo, bensì aumentare i prestiti a quelli già esistenti, finanziare le fondazioni, le mostre, i giovani artisti. E moltiplicare le iniziative, già tante e tutte di successo, per i dipendenti, i clienti e il pubblico». In questi giorni, nei grandi gruppi si lavora alla ricatalogazione delle opere dopo le fusioni. Censimenti e inventari erano già stati fatti anni fa, trasformando le raccolte in vere collezioni, cioè «in un insieme di opere organico grazie a un inventario efficiente e una classificazione effettuata da esperti secondo standard riconosciuti» spiega l'analista finanziario Antonio Mansueto. A Intesa San Paolo e Unicredit i primi inventari post fusione saranno pronti entro l'anno. A quel punto, l'auspicio è che le banche avviino una gestione «dinamica» del patrimonio: non solo comprando opere per completare le collezioni (come la Fondazione Monte dei Paschi. impegnata a far rientrare dall'estere lavori degli artisti senesi), ma anche scambiandone e vendendone. In pochi, per ora, hanno per stimato le collezioni al valore di mercato: al momento si conosce quello di acquisto odi assicurazione. E tra un inventario e l'altro, non è detto che non saltino fuori altri capolavori. Alla Bnl di via Veneto, che ospita un minilaboratorio di restauro, spicca una tela senza la targa con l'autore. È un Como e Abete attribuito alla scuola del Tintoretto. «Ma i nostri esperti» spiegano dall'istituto «stanno valutando se l'opera non sia proprio del maestro veneziano».