Bondi inciampa rovinosamente sulla riforma del ministero dei beni culturali. Non era mai successo: il relatore alla commissione cultura della Camera, della maggioranza, si è dimesso perché non condivide i punti chiave. Fabio Granata, già assessore alla cultura in Sicilia, già AN, ora Pdl, dopo un vano tentativo di mediare ha concluso: «La tutela del paesaggio è fondantentale», con la riforma ha un forte ridimensionamento. Quindi, per non mettere in crisi il governo, ho preferito dimettenni e astenermi nel voto finale sul parere». Contro anche 5 su 9 presenti del gruppo di maggiorariza e la capogruppo della Lega, Goisis. Alla fine Bondi ha avuto voto favorevole. Ma ha ammesso: «Una mia sconfitta le dimissioni di Granata». Dice bene Giulietti dell'Idv: «la maggioranza ha votato a favore perché è stata messa una sorta di fiducia». In più il testo è arrivato in commissione troppo tardi per essere discusso. È democrazia? Qual è il contenzioso? Il ministro smantella il Parc - ovvero la direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, la unifica ai beni architettonici e storico-artistici e la convoglia nella direzione «per le belle arti». Emilia De Blasi del Pd indica le tre tare principali di questo piano scellerato: «Punto primo: si inventa la direzione alla valorizzazione separandola di fatto dalla tutela (peraltro con il manager Resca nominato prima ancora della riforma). Valorizzazione e tutela si possono separare solo se si intende il patrimonio culturale come eventi e grandi mostre puntando più al turismo». Punto secondo: «Cancellare la diirezione all'architettura, paesaggio e arte contemporanea significa che ci sarà meno autonomia, cioè meno controllo. E questo si lega al piano casa che incombe». Terzo punto: «Un ulteriore svilimento delle soprintendenze», cioè di chi deve vigilare. «E il tutto accade quando i veri tagli al ministero, tra Fus e altro, quest'anno anumenteranno allo 0,1 del Pil, cira 2 miliardi di euro. Un disastro».