POMPEI Capire qual è la gerarchia dei poteri, a Pompei, non è difficile. Almeno per quanto riguarda i poteri ufficiali, legali, istituzionali. Camorra a parte, insomma. Quella "indigena" e quella dei Comuni vicini, da Torre Annunziata a Castellammare di Stabia. Basta andare in piazza Bartolo Longo, dedicata all'avvocato-beato che, tra fine '800 e inizio '900, ha posto le basi della città nuova. Da una parte c'è il municipio, che cade a pezzi e che da due anni e mezzo ospita i commissari incaricati di fare un po' di ordine dopo lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche (i nuovi commissari, visto che la commissione nominata nel settembre del 2001 è stata esonerata un anno fa). Dall'altra parte della piazza fresco di pittura e scintillante di luci nelle incerte notti dell'area vesuviana c'è il monumentale Santuario della Madonna del Rosario, che nella classifica italiana del "turismo" religioso si giocherebbe il secondo posto con Sant'Antonio di Padova, alle spalle dell'ormai irraggiungibile San Giovanni Rotondo. Oltre quattro milioni di pellegrini all'anno, secondo le inverificabili cifre fornite dal Santuario, un "fatturato" di circa 15 milioni di euro, 216 dipendenti (il Comune, tanto per capirci, ne ha 270) e proprietà immobiliari in città, una città di 26mila abitanti, per mezzo milione di metri cubi. Nella lunga lista ci sono le scuole e l'orfanotrofio, la Casa del pellegrino e l'Ostello della gioventù, la Casa di riposo e cinque parrocchie. E poi, chiusi da tempo, altri tre enormi edifici, tra cui quello che fino al 1995 era l'unico Grand Hotel di Pompei,. il Rosario, in attesa di nuovo gestore. La città. In compenso Pompei non ha un cinema, un teatro (se non quello di proprietà del Santuario), una discoteca. La rete fognaria deve ancora essere completata, e potenziata. Il Piano regolatore risale alla fine degli anni 60 (e nel frattempo sono state realizzate migliala di costruzioni abusive). Niente di strano, peraltro, niente di insolito, da queste parti. Al di là della piazza centrale, appena rifatta per l'arrivo del Papa, c'è la solita città un po' sgangherata, con i soliti scandali, le solite opere pubbliche mai finite, la solita immondizia che si fatica a raccogliere, le solite strade piene di buche. Una città raccogliticcia, giovane, disordinatamente cresciuta intorno al "suo" Santuario, che vive di piccolo commercio in gran parte parassitario, ricca di microcriminalità e povera di progettualità. Che si è fatta bastare il giorno per giorno, che si accontenta degli avanzi quando potrebbe, dovrebbe, banchettare a caviale e champagne. Grazie al suo importante mercato dei fiori (il cui presidente, tre anni fa, è stato ammazzato insieme a un collaboratore), ai pellegrini del Santuario e, soprattutto, grazie agli scavi. L'altra tessera certo la più importante dal punto di vista culturale, turistico, economico (con due milioni e mezzo di visitatori è il sito italiano più gettonato dopo il Colosseo) di questo bizzarro luogo baciato da una fortuna che non meriterebbe, dato che non riesce a trasformarla in oro colato. Di questa Pompei che invece di diventare un formidabile sistema da vendere al meglio sul mercato internazionale è fatta di compartimenti stagni, di pezzi che non collaborano e difendono i rispettivi poteri. Con il risultato che in una città con sei milioni e mezzo di visitatori all'anno ci sono soltanto 700 posti letto, molti dei quali in alberghi che lasciano a desiderare, e un paio di ristoranti degni di questo nome. L'albergo di Pompei è Sorrento. E i turisti, quando va bene, vengono il mattino e se ne vanno la sera. D'altronde cosa si fermerebbero a fare in una città che non propone nulla, non organizza nulla? Dove persino tre serate di concerti jazz diventano un evento epocale? È probabile, per non dire certo, che in qualsiasi altro Paese civile al mondo, gli scavi, e il loro contesto, sarebbero un'altra cosa. L'abusivismo. Partiamo dal contesto, dal "fuori". Ma vi sembra normale che l'ingresso principale agli scavi sia a fianco del casello d'entrata dell'autostrada Napoli-Salerno? Uno scandalo che fortunatamente sta finendo: l'uscita autostradale è già stata spostata e la stessa sorte dovrebbe presto toccare all'entrata. Così come i commissari comunali garantiscono che verrà risolto l'annoso problema dell'avvallamento che quando piove si allaga e ostacola l'accesso agli scavi. Nella speranza che prima o poi qualcuno si occupi di via Villa dei Misteri, cioè la strada che i turisti percorrono per rientrare alla base dopo essere usciti dagli scavi e aver ammirato appunto la Villa dei Misteri. Dovrebbe essere una passeggiata gradevole che conclude una visita straordinaria. E invece si cammina sul bordo di una normale strada normalmente percorsa dalle auto, tra erbacce, sporcizia e un abbozzo di marciapiede. Non mancano, ovviamente, le solite bancarelle di paccottiglia. Manca, invece, un punto d'informazione al quale i turisti non organizzati possano rivolgersi per chiedere una visita guidata, con relativo tariffario: la Soprintendenza archeologica non ha infatti un proprio servizio, se non per le scolaresche, e il lucroso business è in mano alle guide private, con patentino regionale. C'è, quindi, una vera e propria "caccia" al cliente, non proprio edificante. La situazione è tale che il direttore amministrativo della Soprintendenza, Giovanni Lombardi, ha scritto all'amministratore dell'Azienda di soggiorno, l'ex giornalista Rai Luigi Necco, sollecitando un intervento che si aggiunga «agli sforzi che a vario livello si cercano di assumere per recuperare un degrado che è sotto gli occhi di tutti». D'altronde lo stesso Necco, peraltro intenzionato ad andarsene il più presto possibile, non perde occasione per sparare a zero su questa città «di bancarellari e scippatori». Mentre dall'alto del suo autorevole pulpito monsignor Carlo Liberati, vescovo marchigiano di fresca nomina, parla di una città «degradata, preda del malaffare, dove regnano spaccio di droga e prostituzione». Ma vi sembra normale? A Lombardi e Necco, e non solo a loro, sembra inoltre anormale che Pompei non abbia un museo, magari un museo sugli oltre 250 anni di scavi (cominciarono nel 1748). Hanno proposto al Santuario di realizzarlo nell'Istituto del Sacro Cuore, 15mila metri quadrati su tre piani (vuoti) di fronte al secondo ingresso agli scavi, quello dell'Anfiteatro. Operazione che avrebbe anche consentito di riqualificare una piazzetta dove, su territorio demaniale, sono state tirate su due costruzioni abusive. Ma non se ne è fatto nulla. La gestione. Se fuori c'è da mettersi le mani nei capelli, non è che dentro tutto fili liscio come l'olio. Certo, l'autonomia di cui la Soprintendenza di Pompei gode dal 1998 (e ora rimessa in discussione, almeno per quanto riguarda la formula), ha dato i suoi frutti. Durante la direzione di Giuseppe Gherpelli, che gettò la spugna con largo anticipo a fine 2001, sono stati creati e assegnati con gara a società esterne alcuni servizi aggiuntivi (dal bookshop alle audioguide), ma soprattutto la Soprintendenza ha ripreso il controllo della biglietteria. La cui gestione, che era nelle mani dei custodi, è stata affidata a privati. E, misteriosamente, il numero dei biglietti gratuiti è diminuito del 12,4 (quando nel resto d'Italia restava invariato). Mentre gli incassi, che con l'autonomia restano nelle casse della Soprintendenza, sono cresciuti in misura largamente superiore all'aumento del prezzo del biglietto. Ma sono ancora troppe le cose che non funzionano. O almeno non funzionano come dovrebbero. Lo strapotere degli oltre 400 custodi (compresi gli addetti in altri quattro siti che fanno capo alla Soprintendenza di Pompei), e dei loro otto sindacati, che di fatto decidono cosa si può aprire al pubblico e cosa no. La carenza di personale tecnico (una ventina di dipendenti su 709), che impedisce una corretta capacità di spesa sul fronte dei restauri. L'impossibilità per la Soprintendenza, nonostante l'autonomia, di costruirsi una pianta organica più funzionale, visto che il personale dipende dal ministero e le assunzioni nel pubblico sono bloccate. Lo straordinario usato come anomalo strumento di gratificazione. I ridicoli ritardi nell'informatizzazione degli uffici. Un bookshop collocato in un bugigattolo, ma che non può essere spostato perché non c'è altro spazio e, nel regno dell'abusivismo edilizio (regolarmente condonato), non se ne può costruire un altro. I ponteggi arrugginiti. Le transenne tenute insieme con il filo di ferro. Le porte delle case di questa strepitosa città morta chiuse con catenacci e lucchetti (per i quali servono decine di chiavi). I cani randagi che apparentemente non è possibile eliminare. Un impianto di videosorveglianza perimetrale che da cinque anni aspetta di essere avviato e che dovrebbe cominciare a funzionare nelle prossime settimane, dopo mille resistenze sindacali e l'incendio della sala di regia. Il conflitto, latente, tra Soprintendente e direttore amministrativo, in una difficile gestione bicefala nata con l'autonomia. «Io dovrei essere il manager di questa Soprintendenza», dice, un po' sconsolato, il generale dell'Aeronautica Lombardi. «Ma qui di manageriale c'è ben poco. Facciamo quello che possiamo, con i limitatissimi strumenti che abbiamo. Spero soltanto che i regolamenti attuativi del decreto di riorganizzazione del ministero modifichino l'attuale situazione, dando più potere ai manager. Altrimenti non capisco davvero perché dovrei continuare a rimanere qui. Ma i sindacati che vorrebbero tornare al passato non si facciano illusioni: comunque vada, la biglietteria non tornerà mai nelle mani dei custodi».