Chieste 13 condanne: 20 mesi per il fratello del procuratore «la società Arte Vita è stata gestita a fini personali e clientelari da un gruppo di controllo che ha fatto riferimento, più che alle istituzioni, a partiti e gruppi di potere politici e sindacali. Maggioranza e opposizione indistintamente». Con queste parole il pubblico ministero Fabrizio Vanorio ha chiesto ai giudici della quarta sezione del tribunale la condanna di 13 dei 15 imputati del processo per la cosiddetta "truffa dei custodi", quelli impiegati nella gestione dei siti archeologici inviati in missione da una parte allaltra della Sicilia per incassare indennità di trasferta e soprattutto creare dei vuoti dorganico che venivano colmati con lassunzione, attraverso le agenzie di lavoro interinale, di personale segnalato dai politici. A guidare la società a partecipazione regionale Arte Vita, negli anni cui fa riferimento linchiesta, erano lallora presidente Giuseppe Di Giovanni e lallora direttore Mario Messineo, fratello del procuratore di Palermo. Per entrambi, accusati di abuso dufficio e truffa, Vanorio ha chiesto la condanna: due anni e mezzo per Di Giovanni, un anno e otto mesi per Messineo. Richiesta analoga anche per Gaetano Gullo, allora funzionario dellassessorato ai Beni culturali e oggi direttore della Biblioteca regionale. Il pm ha chiesto anche lassoluzione per due funzionari accusati di tentata estorsione alla sovrintendente ai Beni culturali Adele Mormino e un proscioglimento per intervenuta prescrizione. Una truffa da 700 mila euro ai danni della Regione Siciliana, scoperta dalla Finanza nel 2001, che solo dopo otto anni si avvia ad arrivare alla sua prima sentenza dopo una serie di stop e difficoltà legate alle incompatibilità. A rappresentare laccusa è rimasto, nonostante il suo trasferimento a Napoli, Fabrizio Vanorio, il giovane pm che - dopo la nomina di Francesco Messineo alla guida della Procura di Palermo - ha portato avanti il processo rispondendone al procuratore di Caltanissetta dopo lastensione, per incompatibilità, del neoprocuratore insediatosi proprio quando il fratello era stato da poco rinviato a giudizio. Allora il Csm ritenne che il processo a carico del fratello non fosse un impedimento per la nomina di Messineo. Valutazione ribadita proprio due giorni fa e sulla quale oggi dovrà pronunciarsi il plenum del Csm chiamato a votare sulla proposta di archiviazione del cosiddetto "caso Messineo" riesploso dopo la pubblicazione della notizia di nuove indagini in corso a carico del cognato del procuratore, limprenditore Sergio Sacco, accusato da alcuni collaboratori di giustizia di avere rapporti con esponenti di Cosa nostra. Dopo liscrizione di Sacco nel registro degli indagati della Procura, Messineo ha firmato la sua astensione anche da questa inchiesta.