Settis: no alla logica d'impresa, il fine ultimo non è il profitto Mussari: le fondazioni tutelano l'arte anche facendola conoscere «Più Stato perché ci sia più privato». Con questo efficace slogan Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, ha risposto alla domanda centrale del confronto promosso ieri dalla Fondazione del consiglio regionale nella Sala Azzurra della Scuola, in piazza dei Cavalieri. Il quesito di fondo era: è possibile un'alleanza tra pubblico e privato sui beni culturali, soprattutto in questa fase di crisi? Il faccia a faccia ha visto come protagonista, insieme a Settis, il presidente del Monte dei Paschi di Siena, Giuseppe Mussari. Coordinatore del confronto il direttore del Tirreno, Bruno Manfellotto. «La riduzione di investimenti e di sostegno nei settori dell'istruzione, della ricerca e della cultura in genere suscita allarme e preoccupazione», così ha dato fuoco alle polveri la presidente della Fondazione del consiglio regionale, Fabiana Angiolini. «Dobbiamo metterci in ginocchio aspettando sinergie tra pubblico e privato», ha detto Riccardo Nencini, presidente del consiglio regionale toscano. «Già sappiamo che senza certi sostegni, a cominciare da quelli delle fondazioni bancarie - ha continuato - non sarebbe possibile alcun intervento sul patrimonio culturale, nemmeno nelle situazioni più compromesse». L'esempio più evidente: il decollo della via Francigena e dei progetti collegati. «Se non lavoriamo nella direzione del connubio pubblico-privato, altro che decollo: non siamo neppure nella condizione di partire». Dunque, apertura totale alle sinergie. Anzi un grido d'aiuto. Ma, e attorno a questo ha girato l'intero dibattito, come trovare il giusto equilibrio tra pubblico e privato? Quali rischi evitare, come da tema gettato sul tappeto da Bruno Manfellotto? Settis non ha rinunciato a togliersi qualche sassolino (forse senza "ino"). «Già nel 2005 un governo con lo stesso premier e lo stesso ministro dell'Economia di oggi diceva certe cose sulla gestione dei beni culturali e dei musei. I concetti erano: sfruttamento della cultura in una logica d'impresa; e produzione di redditività. Ma i beni culturali sono come la scuola: il fine ultimo ed esclusivo non può essere il reddito». Solo il Colosseo è in attivo, i Musei vaticani chiudono il bilancio in pari, ha ricordato il direttore della Normale. «Bisogna andare verso una concezione civile dei beni culturali, chiedersi come proiettare la loro gestione e valorizzazione nel futuro. E la mia posizione è: più Stato perché ci sia più privato». Settis ha la sua ricetta. Anzitutto, dice, è sbagliato puntare a bilanci virtuosi grazie solo agli introiti diretti (i biglietti). «Serve sviluppare l'indotto, dal merchandising alle attività commerciali della zona. Secondo un calcolo delle banche svizzere si può arrivare ad introitare quattro o cinque volte le spese». Altro punto: il vantaggio fiscale. «Negli Stati Uniti c'è un sistema che incoraggia il cittadino a dare: quanto "girato" al patrimonio culturale si detrae. Quello è già un modello pubblico-privato. Ma in Italia ne siamo lontani anni luce». E il ruolo delle banche e delle fondazioni? Mussari conviene su un aspetto: «Non da tutto si può ricevere un reddito. Ma una gestione efficiente è possibile anche in campo culturale. Una fondazione ha lo scopo di tutelare l'opera d'arte: non si tratta però solo di una tutela fisica, vuol dire anche renderla conosciuta». Da Mussari un messaggio di «indubbia schiettezza», per riprendere la battuta di Bruno Manfellotto: il privato, nel caso specifico il Monte dei Paschi, è sempre pronto a fare la sua parte, ma la crisi si farà sentire. «Se fossi io il presidente della fondazione della banca ridurrei i contributi dei prossimi tre anni. Il credito non è infinito. Si è speso più di quanto guadagnato. Ci vuole maggiore attenzione, più rigore, imparare a fare con meno quattrini. Questo è il ruolo pubblico». Insomma, non molti segnali di ottimismo dal confronto.
PISA. Pubblico e privato insieme per la cultura
Il direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis, ha affermato che il fine ultimo dei beni culturali non può essere il profitto, ma piuttosto la loro tutela e conoscenza. Ha sottolineato l'importanza di un equilibrio tra pubblico e privato per la gestione dei beni culturali. Settis ha proposto di aumentare il ruolo del privato, come le banche e le fondazioni, che possono contribuire con i loro risparmi e investimenti. Ha anche sottolineato l'importanza di una gestione efficiente e di un ruolo pubblico più attivo nella tutela e valorizzazione dei beni culturali.
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