Era davvero bello, Bindo Altoviti. Poco più di vent'anni, lunghi e morbidi capelli biondi, bocca rossa e carnosa, occhi azzurri trasparenti, sguardo dolce e sfrontato. E spalle lisce, appena ricoperte da un manto blu, da cui spunta O pizzo della camicia. Insomma, «stupendissimo», come diceva Giorgio Vasari nel 1568 a proposito del magnifico ritratto eseguito intorno al 1512 da Raffaello per il giovane e nobile banchiere, e oggi conservato alla National Gallery di Washington. Bello anche da vecchio. Lunga barba inanellata, profilo greco, volto da filosofo, sottile reticella in testa a stringere i riccioli, che spuntano ancora sul collo, veste sobria ed elegante. Lui, Bindo, impazziva per quel bronzo che l'amico Benvenuto Cellini gli aveva fatto nel 1549, e che oggi ammiriamo all'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston. I due prestigiosi ritratti, arrivati in Italia dopo un paio di secoli, sono esposti, con altri dello stesso Altoviti, dipinti da Girolamo da Carpi e da Jacopino del Conte, in una colta e raffinata mostra, dal titolo «Ritratto di un banchiere del Rinascimento. Bindo Altoviti tra Raffaello e Cellini», aperta a Firenze nei nuovi spazi espositivi del Museo Nazionale del Bargello (sino al 15 giugno, nutrito catalogo Electa). Realizzata in collaborazione con l'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, dove è passata con successo nello scorso autunno, la rassegna, arricchita da nuove opere, presenta la personalità del potente, ricchissimo, ma alla fine sfortunato banchiere papale, attraverso ritratti, medaglie, disegni, e tutte le opere d'arte recuperate della sua ricca collezione. Una raccolta che comprendeva opere importanti come la Madonna dell'Impannata di Raffaello, della Galleria Palatina di Firenze, dipinti di Salviati, Girolamo da Carpi, Giorgio Vasari, oltre a sculture antiche e contemporanee, arredi preziosi e altro. Incamerata, dopo la sconfitta del banchiere repubblicano, dal suo grande nemico, Cosimo I de' Medici, anche lui immortalato in un celebre bronzo di Cellini. Così oggi i busti dei due grandi nemici, Altoviti e Cosimo I, si fronteggiano, proprio come allora, a metà Cinquecento, nella bottega dell'abile Cellini, che si destreggiava abilmente tra i due committenti, usando, pare, di nascosto a Cosimo I, il bronzo del Perseo per fare il ritratto dell'Altoviti, ennesimo e silenzioso scherno al granduca di Toscana. Bindo Altoviti era uno dei più importanti banchieri papali, amico dei maggiori intellettuali del tempo. Nato nel 1491 a Roma, dove muore nel 1556, apparteneva ad una antica famiglia fiorentina. Sposato ventenne con Fiammetta Soderini, di soli quattordici anni, da cui ha sei figli, decide di intraprendere la carriera di banchiere papale, durante il pontificato dei papi di casa Medici, Leone X e Clemente VII, della quale era inizialmente sostenitore. Sotto Paolo III, nel 1534 viene nominato Depositario Generale della Camera Apostolica, carica di alto rilievo. Ma con Cosimo I, il duca accentratore salito al potere nel 1537 dopo l'assassinio di Alessandro de' Medici per mano del cugino Lorenzino, le cose non vanno affatto bene. Bindo Altoviti si schiera dalla parte dei fuoriusciti fiorentini repubblicani, cui offre forti sostegni finanziari nella guerra tra Firenze e Siena. Ma è Cosimo I che la spunta, con l'aiuto della Spagna. Per Bindo è la fine, i suoi beni in Toscana vengono confiscati, lui dichiarato ribelle e bandito, gli ideali repubblicani svaniti, molti documenti bruciati. Due anni dopo moriva a Roma. Il Banco romano Altoviti avrebbe chiuso qualche tempo dopo per bancarotta, mentre uno dei figli, Giovanni Battista Altoviti, nel 1560 veniva «perdonato» da Cosimo I.