Chiese e monumenti dell'Aquila sono venuti giù anche per colpa di come erano stati conservati. Un problema che riguarda tutti i beni culturali del Paese; ma nessuno se ne preoccupa Ai Beni culturali servirebbero almeno tre miliardi per l'Abruzzo. Ce n è appena uno per rimediare ai danni del terremoto e dell'errore umano. Restauri sbagliati e nessuna prevenzione. Tutta l'Italia è a rischio, non solo L'Aquila Nessuna direzione regionale aveva inserito negli ultimi piani di spesa le attività di studio e verifica sismica del patrimonio culturale. Nessuna, ad eccezione di Calabria ed Emilia Romagna Un disastro annunciato. Ecco cosa è stata l'ecatombe del patrimonio monumentale dell'Aquila, cominciata con la grande scossa del 6 aprile e proseguita con lo sciame sismico successivo. Un disastro annunciato. Perché è vero, non si possono prevedere i terremoti, però si possono prevedere i danni che un sisma come quello che ha colpito l'Abruzzo riesce a infiggere sul patrimonio artistico e monumentale. E si può intervenire per tempo, sulla qualità del restauro e della manutenzione. Invece nessuna soprintendenza o direzione regionale in Italia aveva inserito negli ultimi piani di spesa triennale del ministero, tra le iniziative urgenti, le attività di studio e verifica sismica del patrimonio culturale. Nessuna, ad eccezione di Calabria ed Emilia Romagna. E questo malgrado dal 2003 esista un'ordinanza della protezione civile che obbliga questi enti a verifiche antisismiche; malgrado che il direttore generale dei Beni Culturali Roberto Cecchi avesse mandato nel 2004 e nel 2007 due circolari di sollecito; malgrado che il 70 del patrimonio aquilano fosse considerato a rischio; malgrado che il 60 dei beni culturali in Italia 140-150 mila edifici secondo stime di massima sia considerato a rischio sismico. E malgrado una quantità notevole anche se ancora non censita di monumenti nazionali che ha subìto interventi di rinforzo di calcestruzzo in cemento armato che alla prova del terremoto si sono dimostrati devastanti. Come nel caso del Castello cinquecentesco dell'Aquila o della Chiesa delle Anime sante, o nel caso della basilica di San Francesco ad Assisi, dove la volta crollò durante le scosse del terremoto del 97 che investì Umbria e Marche. Siti dove l'armatura in cemento armato avrebbe funzionato come un maglio, moltiplicando la forza di scarico delle scosse. Incredibile ma vero. Ne riparleremo fra un attimo. Intanto è bene chiarire che prevenire si può. E si deve. Anche perché prevenire costa molto meno che ricostruire, come ricordano i tecnici del ministero dei Beni culturali, che insieme alla protezione civile già dal 2007 aveva messo a punto le Linee Guida per la Verifica e la riduzione del rischio sismico per il patrimonio culturale. Linee poi adottate in una direttiva della presidenza del Consiglio che impone la verifica della vulnerabilità del patrimonio entro il dicembre 2010. Ricostruire e rimettere in piedi monumenti sventrati, crollati o seriamente danneggiati è invece un costo stellare. Dalle prime stime, che escono dopo i rilevamenti fatti nel capoluogo abruzzese, ai Beni culturali servirebbero almeno 3 miliardi di euro per rimediare il disastro sul patrimonio. Una cifra spaventosa considerando anche il dato che nelle casse di via del Collegio romano ci sono solo 19 milioni per il terremoto malgrado il ministro Sandro Bondi avesse chiesto almeno 50 milioni dai fondi straordinari. Certo, 500 milioni di euro dovrebbero arrivare grazie alle donazioni provenienti dall'estero mirate a restaurare i famosi 44 monumenti adottati. Ma sommato tutto mancano ancora più di 2 miliardi di euro all'appello. Che non si vedono ancora. E di cui non c'è nemmeno un anticipo nel decreto legge passato giovedì al Senato, dove per i beni culturali non c'è praticamente niente. Ma torniamo all'epicentro di queste considerazioni, allo scenario aquilano sconvolto dal terremoto. C'è da chiedersi e lo ha fatto in un lungo e documentato articolo sul periodico Il Covile l'architetto Ettore Maria Mazzola come mai edifici secolari sono crollati solo ora, dopo essere sopravvissuti a molti altri terremoti. I terremoti in Abruzzo sono ospiti indesiderati ma consueti da secoli. Almeno a partire da quello del 2 febbraio 1703. E il terremoto del 13 gennaio 1915 il Terremoto della Marsica è stato molto più forte di quello del 6 aprile scorso che ha raso al suolo edifici sopravvissuti ai sismi precedenti. Perché? Mazzola fornisce una risposta inquietante. «Finché gli edifici sono stati coerentemente costruiti, con murature ben fatte per le strutture verticali e volte, o strutture lignee, per quelle orizzontali, essi hanno risposto perfettamente ad ogni sollecitazione proveniente dalla terra, eventualmente adattandosi alle mutate condizioni. L'inserimento di nuove strutture rigide crea invece un'indipendenza tra le strutture orizzontali e i loro supporti verticali, portando un drastico cambiamento al modo in cui l'edificio risponderà ad uno stress». Per capirsi il sindaco di Santo Stefano di Sessanio, ha segnalato come, mentre molte delle case di questa piccola cittadina, abbandonate per lungo tempo, e poi acquistate e restaurate adottando tecniche e materiali tradizionali, sono rimaste intatte dopo il sisma, l'unico edificio ad essere venuto giù è stata proprio la Torre Medicea». Ebbene questa torre, recentemente restaurata ad opera dello Stato, «è stato l'unico edificio di Santo Stefano nota polemicamente l'architetto Mazzola a non essere restaurato con materiali e tecniche tradizionali. La rigidità e indipendenza di solai e tetto sono state le cause del suo collasso». Una storia simile è quella dalla Chiesa di Santa Maria del Suffragio, detta delle Anime Sante di L'Aquila: «Mentre la facciata barocca e l'intera struttura sono ancora lì sin dal 1713, il tetto e parte del tamburo e della cupola sono venuti giù. Sul fondo della navata, tra i detriti, si potevano notare tondini di ferro, reti metalliche elettrosaldate, e lastre di calcestruzzo armato». Materiali moderni introdotti due anni fa «quando la chiesa è stata riaperta dopo un lungo e difficoltoso intervento di restauro e di rafforzamento». Capito? Le cose stanno proprio come aveva denunciato su Liberal i giorni scorsi il segretario nazionale della Uil Beni cultuali Gianfranco Cerasoli: ossia che «L'uso indiscriminato del cemento armato ha prodotto più danni dello stesso terremoto». Il cemento infatti spiega efficacemente Mazzola «si comporta come un bambino seduto su di uno scivolo. La nuova struttura risulta molto più pesante di quella originaria. Per questo il consolidamento tira giù il resto». Ma perché se il cemento armato è come nitroglicerina in attesa di un terremoto si è usato così tanto e si continua a usare? «Perché spiega a Liberal Paolo Marconi, professore ordinario di Restauro dei monumenti presso la Facoltà di Architettura di Roma Tre esiste ancora l'ideologia del cemento armato, considerato da molti una panacea universale». Marconi è tra i più grandi architetti di restauro del mondo. Ha lavorato a Parigi, a Buenos Aires, a Palermo. E' l'autore di manuali del recupero scritti per Roma, Città di Castello e Palermo che sono una vera e propria enciclopedia delle tecniche di restauro architettonico e del recupero fatto con l'utilizzo di materiali e tecniche originarie. Un metodo e una filosofia di cui Marconi è un caposcuola e un luminare. «E' una metodologia quella dell'iniezione del cemento nei nostri monumenti contro la quale le sovrintendenze più sensibili hanno cominciato a esprimersi da anni. Ma in maniera ancora insufficiente. La cupola della chiesa delle Anime sante a L'Aquila aveva subito pesanti iniezioni di cemento al fine di sostenerla nel 2006. Si è visto il risultato, laddove la facciata del 700, fatta da una squadra di valorosi scalpellini con materiale di buon tufo, è rimasta in piedi, intatta». Ma sono evidenze che non bastano. Perché le ideologie son dure a morire. E del resto è dalla Carta diAtene del 1931 che l'uso del cemento armato nel restauro è stato imposto, «sulla base dell'ingenua aspettativa di ottenere da questo materiale dei buoni risultati; e dall'idea che un restauro fatto con materiali tradizionali introducesse nei monumenti una falsificazione della storia . La Carta di Venezia del 1964 rinforza questi pregiudizi che resistono». Così, oggi, risulta sempre più difficile convincere le soprintendenze ad adottare materiali e tecniche tradizionali «e poi - aggiunge Marconi - è troppo scomodo dover procedere ad una lunga ricerca filologica prima di intraprendere un restauro, così risulta sempre più conveniente affidarsi ad un grande studio di ingegneria per intervenire». Chissà se il terremoto di l'Aquila servirà da lezione. Se qualcosa comincerà a cambiare sulla qualità del restauro e sulla prevenzione. Speriamo. Visto che gran parte del territorio nazionale e delle nostre opere è a rischio sismico. E' che l'Italia è il suo patrimonio artistico e culturale.
Liberal
23 Maggio 2009
✓ Entità verificate
Abruzzo. Allarme restauri, un disastro annunciato
RI
Riccardo Paradisi
Liberal
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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