A spalancare le porte dei loro musei ai privati i direttori delle gallerie d'arte emiliano-romagnole non ci pensano proprio. Il loro giudizio sul nuovo Codice dei beni culturali, in particolare sull'articolo 115 e sulla possibilità di dare in concessione l'uso dei luoghi d'arte, è nei migliori dei casi fatto di luci e ombre, nei peggiori totalmente negativo. Jadranka Bentini, direttrice della Pinacoteca nazionale di Bologna e soprintendente per il patrimonio storico-artistico per le province di Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, si dice «molto dubbiosa» e legge la novità «in connessione con l'impoverimento della finanza pubblica». «La riduzione di investimenti da parte dello Stato spiega ci impedisce di fare qualsiasi attività. Per fortuna possiamo contare su quelli che non voglio chiamare sponsor, ma affiancatori, come banche, fondazioni, le associazioni degli amici dei musei, che da dieci anni sono diventati soggetti indispensabili non solo per l'appoggio economico ma per l'apporto globale che forniscono alle nostre attività, facendo propri progetti culturali formulati da addetti ai lavori». «Ora aggiunge il timore è che i fattori della tutela, della conservazione e della ricerca passino in seconda istanza. Inoltre, queste nuove forme di affidamento si tradurrebbero nella gestione di un patrimonio che è di altri e credo che nel quotidiano ciò potrebbe portare a molti disguidi. Vedremmo, invece, di buon occhio la costituzione di una rete di musei di tenitori omogenei». Claudio Spadoni, direttore del Museo d'arte della città di Ravenna, sostiene che «viene progressivamente destituita del suo valore l'essenza stessa di bene culturale». «Si avvia un percorso prosegue che tenderà a privilegiarne l'aspetto spettacolare, commerciale ed economico nel senso più volgare, attraverso un abuso della sua funzione estetica. In altre parole, dovremo smettere di parlare di arte». Spadoni prefigura anche una perdita di autorevolezza delle Soprintendenze, «che dovrebbero essere le titolari per eccellenza della tutela dei beni culturali». Per ora, comunque, nessun privato ha bussato alla porta della Loggetta lombardesca, sede della pinacoteca ravennate. «Anzi precisa il direttore succede piuttosto il contrario, nel senso che, recentemente, diversi collezionisti e artisti hanno dato la loro disponibilità a trattare donazioni o depositi. Segno che, almeno da parte di qualcuno, l'immagine del museo è ancora identificata con quella di un istituto che tutela e valorizza i beni culturali, pensando prima al valore estetico che a quello economico». Come conseguenza negativa della gestione indiretta dei beni culturali attraverso la concessione a terzi, Anna Stanzani, responsabile della pinacoteca di Ferrara per la Soprintendenza, prevede che «le attività di valorizzazione saranno limitate alle "grandi" opere e quindi si creeranno un'arte di serie A e una di serie B». E prosegue: «II patrimonio di Palazzo dei Diamanti, per esempio, è straordinario, ma non è fatto di capolavori in grado di richiamare il grande pubblico: difficilmente, quindi, ci saranno privati interessati a valorizzarlo». Stanzani critica «tutta l'operazione portata avanti dalla metà degli anni Novanta a oggi, di separazione dei concetti di tutela, valorizzazione e gestione, che invece devono restare legati» e ipotizza ricorsi da parte delle Regioni «perché con la riforma del Titolo V della Costituzione la valorizzazione è devoluta alle Regioni e lo Stato deve fissare solo principi generali». Francesco Barocelli, direttore della pinacoteca Stuard di Parma, apprezza «in generale lo sforzo di riorganizzare la materia» e non giudica di per sé negativa la gestione indiretta dei beni culturali, ma sottolinea che «il soggetto pubblico deve essere messo in grado di poter esercitare un ruolo di verifica: uno dei fattori di rischio è che, una volta avvenuto l'affidamento degli appalti, il privato sfugga al controllo del pubblico». Secondo il direttore della galleria parmigiana, inoltre, il nuovo Testo unico dei beni culturali «rischia di sottovalutare il ruolo formativo del museo, laddove lo indica come una struttura che acquista, conserva, ordina ed espone beni culturali, riflettendo così una visione statica e tradizionale di una realtà che invece deve essere considerata luogo di formazione e trasmissione di sapere». «Auspico invece conclude che proprio per il ruolo formativo che un museo deve esercitare il soggetto pubblico resti centrale nella gestione della maggior parte delle attività museali».